La rassegna stampa più divertente
per l'EDICOLA-NEWS.net
TITOLO: Ipocrisia CGIL
Tutti gli articoli scelti per Edicola-news.net
menu
Sindacati, le finte pensioni costano 500 milioni l'anno . Un esercito di un milione di 'furbetti' gode di assegni falsi: dirigenti politici e sindacali sfruttano contributi mai versati (pagati dallo stato.)
di Fosca Bincher
Sono un vero esercito. Poco meno di un milione di persone. Qualcuno per otto ore al mese, qualcuno per 16, altri ancora per giornate, non pochissimi tutti i giorni. Sono gli italiani che hanno un lavoro, ma ne fanno un altro a spese di tutti i contribuenti.
In gran parte sindacalisti, in parte politici a tutti i livelli. Tutti insieme valgono circa 60 mila dipendenti a tempo pieno all’anno. Oggi in servizio, domani in pensione. Grazie ai contributi figurativi che lo Stato e quindi i contribuenti versano loro.
Perché basta essere delegato o dirigente sindacale o godere di permessi e aspettative, in parte retribuite in parte no, per mandato elettivo per vedersi versare figurativamente dall’Inps contributi pensionistici aggiuntivi.
Aboliamo i contributi figurativi: guarda il videoeditoriale di Maurizio Belpietro.
Quei permessi costano alla collettività quando vengono presi perché in gran parte vengono retribuiti. Ma costano il doppio perché per ogni ora accumulata viene versato il relativo contributo figurativo dall’Inps. È un regalo vero e proprio fatto grazie alle leggi che si sono sovrapposte nel tempo a centinaia di migliaia di rappresentanti sindacali. A cui è stato aggiunto un altro regalo: con un minimo di contribuzione aggiuntiva da parte della struttura sindacale in cui militano, tutti loro potranno prendere una pensione più ricca al momento opportuno. Lo stesso accade per tutti i parlamentari eletti, per i consiglieri regionali, provinciali e comunali. Due caste che si sono incontrate - politici e sindacati - e sono subito andate a nozze mandando naturalmente il conto agli italiani.
Quel privilegio vale oro. E passa davanti a tutti gli altri. Il periodo di mandato elettivo, così come il tempo passato a fare attività sindacale in distacco o permesso può essere conteggiato anche ai fini dei 35 anni di contributi per ottenere la pensione di anzianità. Per fare un esempio, la normativa in vigore non consente di calcolare in quei 35 anni il periodo di malattia o di disoccupazione (due condizioni non certo scelte dai lavoratori) in cui sia scattata la contribuzione figurativa. E ora sembra non conteggiare nemmeno più il periodo di servizio militare e quello trascorso in università prima di arrivare alla laurea. A sindacalisti e politici invece è concesso un tappeto rosso perfino a livello previdenziale.
Nella pubblica amministrazione secondo il censimento - non esaustivo - compiuto da Brunetta, fra distacchi e permessi sindacali con o senza retribuzione annessa ci sono ogni anno 4.442 dipendenti pubblici a tempo pieno a cui vengono versati i contributi figurativi e che senza calcolare questi hanno già un costo annuo per lo Stato di 121 milioni di euro. A questi si aggiungono nel comparto pubblico aspettative e permessi per ricoprire funzioni pubbliche elettive per 2.239 persone fisse all’anno. Costano nell’immediato 67 milioni più i contributi figurativi che l’Inps deve versare.
Nel comparto privato ci sono altri 4 mila dipendenti in aspettativa o permesso per ricoprire funzioni pubbliche elettive, e oltre a questi c’è tutto l’esercito di sindacalisti in distacco, aspettativa o permesso. Secondo il cislino Bruno Manghi (citato da Stefano Livadiotti nel suo libro-inchiesta “L’altra casta”) «oggi in Italia ci sono 700 mila persone con mandato sindacale a tutti i livelli: delegati, dirigenti, membri di commissioni». Metà di loro ha diritto a otto ore di permessi retribuiti al mese, al di là dei distacchi. Gli altri possono prenderne il doppio. In tutto fanno otto milioni e 400 mila ore mensili di permessi. Valgono 43 mila assunti a tempo pieno all’anno.
Il costo dei permessi viene pagato dai datori di lavoro, imprese pubbliche o private. La contribuzione figurativa su quelle ore valide per la pensione è a carico invece di tutti gli italiani, visto che la versa l’Inps.
A questi privilegi assoluti (di cui godono più della metà dei componenti delle segreterie nazionali di Cgil, Cisl e Uil) si aggiungono quelli scandalosi consentiti a 40 mila italiani, dipendenti di partito e sindacalisti, dalla legge Mosca che consentì con centinaia di falsi e abusi la ricostruzione post guerra di carriere previdenziali.
Furono regolarizzati gratis 8 mila funzionari del Pci, 9 mila della Cgil, 4 mila della Dc, 3 mila della Cisl, 2 mila del psi, 1.385 della Uil.
Beneficiarono di quel dono-scandalo personaggi oggi ancora ben noti alle cronache politico-sindacali: da Sergio D’Antoni a Giorgio Napolitano, da Franco Marini ad Achille Occhetto. Questi contributi graziosamente regalati valgono secondo stime attendibili più di 500 milioni di euro all’anno. Più di quanto pesi il no al riscatto della laurea. Bisognerebbe farci un pensiero serio.
di Fosca Bincher 31.08.2011
Sotto le bandiere rosse una valanga di privilegi: la "casta" del sindacato
di Stefano Zurlo
Le tre grandi sigle Cgil, Cisl e Uil operano in regime di oligopolio nel business Con leggi e leggine si sono ritagliati privilegi su privilegi.
Una norma qui, un articolo là e tutto s’incastra al punto giusto. I sindacati dovrebbero tutelare i lavoratori, ma in realtà sono, come ha intitolato un suo libro il giornalista dell’ Espresso Stefano Livadiotti, l’altra casta. Una nomenklatura che spesso si sovrappone e si confonde con quella ospitata sui banchi di Palazzo Madama e Montecitorio. Nella scorsa legislatura 53 deputati e 27 senatori, per un totale di 80 parlamentari, provenivano dalla Triplice.
Secondo Livadiotti costituiscono il terzo gruppo parlamentare, insomma formano una lobby agguerrita quanto se non più di quella degli avvocati. E nel tempo hanno strutturato un sistema di potere studiato fin nei dettagli.
Non che non abbiano meriti storici importantissimi nell’affrancamento di milioni di italiani, ma col tempo i sindacati hanno cambiato pelle. E anima. Basti dire che i rappresentanti dei lavoratori hanno un patrimonio immobiliare immenso, ma non pagano un euro di Ici. Si fa un gran parlare di questi tempi delle sanzioni di cui gode la Chiesa cattolica ma i sindacati non versano un centesimo. Altro che santa evasione.
Il lucchetto è stato fabbricato col decreto legislativo numero 504 del 30 dicembre 1992, in pieno governo Amato. Con quella trovata, i beni sono stati messi in sicurezza: lo Stato non può chiedere un centesimo. Peccato, perché non si tratterebbe di spiccioli.
Per capirci la Cgil dice di avere 3mila sedi in giro per l’Italia. È una sorta di autocertificazione perché, altra prerogativa ad personam , i sindacati non sono tenuti a presentare i loro bilanci consolidati. Sfuggono ad un’accurata radiografia e non offrono trasparenza, una merce che invece richiedono puntigliosamente agli imprenditori. Dunque, la Cgil dispone di un albero con 3mila foglie ma la Cisl fa anche meglio: 5mila sedi. Uno sproposito.
E la Uil, per quel che se ne sa, ha concentrato le sue proprietà nella pancia di una spa, la Labour Uil, che possiede immobili per 35 milioni di euro. Lo Stato che passa al pettine le ricchezze dei contribuenti non osa avvicinarsi a questi beni. Il motivo? La legge equipara i sindacati, e in verità pure i partiti, alle Onlus, le organizzazioni non lucrative di utilità sociale.
Dunque la Triplice sta sullo stesso piano degli enti che raccolgono fondi contro questa o quella malattia e s’impegnano per qualche nobile causa sociale. Insomma, niente tasse e mappe sfuocate perché in questa materia gli obblighi non esistono. E però lo Stato ha alzato un altro ponte levatoio collegando il passato al presente con un balzo vertiginoso. Risultato: le principali sigle hanno ereditato le sedi dei sindacati di epoca fascista. Gli immobili del Ventennio sono stati assegnati a Cgil, Cisl Uil, Cisnal (l’attuale Ugl) e Cida (Confederazione dei dirigenti d’azienda). Senza tasse, va da sé, come indica un’altra norma: la 902 del 1977.
Leggi e leggine. Così un testo ad hoc , questa volta del 1991, permette alle associazioni riconosciute dal Cnel di poter creare i centri di assistenza fiscale. I mitici Caf. Qui i lavoratori ricevono assistenza prima di compilare la dichiarazione dei redditi.
Attenzione: la consulenza è gratuita perché, ancora una volta, è lo Stato a metterci la faccia e ad allungare la mano. Per ogni pratica compilata lo Stato versa un compenso. È un business che vale (secondo dati del 2007) 330 milioni di euro. Soldi e un trattamento di lusso.
Altro capitolo, altro scivolo, altro privilegio: quello dei patronati. Ogni sindacato ha il suo. Il motivo? Tutelare i cittadini nel rapporto con gli enti previdenziali. Come i Caf, ma sul versante pensionati.
Questa volta la legge è la 152 del 2001. Lo Stato assegna ai patronati lo 0,226 dei contributi obbligatori incassati dall’Inps, dall’Inpdap e dall’Inail. Altri trecento e passa milioni che servono per far cassa. E per tenere in piedi la baracca. Le stime, in assenza di bilanci, sono approssimative ma i sindacati mantengono un apparato di prima grandezza e hanno circa 20mila dipendenti. Sono i numeri di una multinazionale che però si comporta come un’aziendina con meno di 15 dipendenti.
Altrove, vedi lo Statuto dei lavoratori, le tute blu sono tutelate tant’è che Berlusconi a suo tempo aveva provato, invano, ad aprire una breccia proponendo la cancellazione dell’articolo 18. Ma dalle parti della Triplice valgono altre regole, diciamo così, più liberal o, se si vuole, meno restrittive.
Un’altra leggina, questa volta del 1990, offre a Cgil, Cisl, Uil la possibilità di mandare a casa i dipendenti senza tante questioni. Insomma, è la libertà di licenziamento. Una bestemmia per generazioni di «difensori» degli operai, dei contadini e degli impiegati. Ma non nel sancta sanctorum dei diritti. Due pesi e due misure.
Come sempre. O almeno spesso. Per non smarrire le ragioni degli ultimi si sono trasformati nei primi. Creando appunto un’altra casta. Ora, la Cgil di Susanna Camusso proclama lo sciopero generale per il 6 settembre e chiama a raccolta milioni di uomini e donne. Un appello, legittimo, ci mancherebbe. Ma per una volta i sindacati farebbero bene a guardarsi allo specchio. ...Forse, qualcuno non si riconoscerebbe più.
Vogliono il governo tecnico delle tre scimmiette.
di Paolo Bracalini
Il trio Casini-Fini-D’Alema corteggia Alfano: sì a un premier del Pdl, pur di far fuori il Cav. Pure Rutelli si accoda alla compagnia e chiede una mossa a Napolitano. Il premier sceglie il silenzio per respingere gli assalti: lasciando il Pdl ad Alfano ho già fatto un passo indietro..
Roma - Come si fossero dati appuntamento su tre giornali diversi, il trio Casini-Fini-D’Alema torna alla carica con il vecchio adagio: governo di unità nazionale. L’ex premier diessino parla al suo giornale, l’Unità (unico estraneo alla macchina del fango denunciata da Bersani) per dire che il Pd c’è, «siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità».
Per cosa? Facile a dirsi, difficile a farsi.
Parliamo di quell’oggetto misterioso, evocato da mesi senza che si possa dare una forma precisa all’utopia terzopolista e democratica. Casini è pronto a tutto, persino a «non andare in vacanza», al limite partire ma con «una chiamata e torniamo a Roma», e si fa «l’armistizio» tra tutte le forze politiche per un governo di unità nazionale che mandi a casa Berlusconi, ma «senza penalizzarlo»..
Un programmino che dovrebbe allettare anche il Pdl di Berlusconi stesso, il quale a sua volta dovrebbe benedire una nuova maggioranza nata sul suo pensionamento politico.
Il leader Udc si appella, con improbabile successo, alla «parte più responsabile della maggioranza», in particolare al nuovo segretario del Pdl Alfano, cui consiglia di affiliarsi alla combriccola per non pagare, altrimenti, un «prezzo altissimo».
La tesi è così nuova che Casini l’ avrà riproposta almeno una dozzina di volte negli ultimi sei mesi. Con una variabile. Mentre nell’autunno scorso spronava i partiti per mettere in cantiere «un nuovo governo tecnico», adesso esclude categoricamente soluzioni tecniche, perché «sono i partiti che devono assumere la consapevolezza di guidare una fase nuova». Segno che il gran tessitore democristiano ha lavorato a sufficienza alle sue trame per potersi avventurare in questa ipotesi.

In effetti gli fa eco sul Messaggero (mentre Casini parla al Corriere) l’ altro evanescente leader del fantomatico Terzo polo, cioè Gianfranco Fini, mentre sul Quotidiano nazionale si aggiunge il quarto, Francesco Rutelli, che srotola lo stesso catalogo: «Napolitano indichi una personalità forte e credibile, con l’appoggio responsabile delle forze parlamentari».
Intervista in carta carbone per Fini che ci riprova, dopo aver lanciato l’amo alla Lega («aperti ad un governo Maroni») ed essersi preso un immediato due di picche a partire dal diretto interessato. Anche il capo di Fli, come Casini, è prudentissimo sulle elezioni, che sarebbero una sciagura per il Terzo polo (si veda il flop delle amministrative).
Fini preferisce evitarle, perché «non si interrompe in modo traumatico una legislatura». Anche per lui dovrebbe essere la maggioranza che ha vinto le elezioni a indicare al Colle un nuovo premier. Però è scettico, perché all’interno del Pdl «nessuno ha la forza di fare il passo necessario». Il pressing del «partito di unità nazionale» è insomma su Alfano e su quei pezzi del Pdl (da Pisanu in giù) disponibili a un «regicidio». Una operazione che non è riuscita già allo stesso Fini, con la rovinosa nascita di Fli da una costola del Pdl, e che difficilmente può trovare adepti.

Ma si cercano alleati, anche esterni alla politica, per dare sostanza al piano. Bersani e Casini, informa una nota Udc, «hanno preso contatto con i rappresentanti delle forze sociali che nei giorni scorsi hanno chiesto un patto per la crescita dell’Italia e hanno proposto un incontro di tutte le forze di opposizione per discutere dell’emergenza economica».
Discutere, in sostanza, di come superare l’attuale governo.
Lo stesso D’Alema si rivolge soprattutto al centrodestra: «Berlusconi porta alla rovina, anche nella destra c’è chi comincia a capirlo».

...Insomma non avendo i numeri per una maggioranza alternativa, né le spalle larghe a sufficienza per le elezioni, si cerca di scardinare il rapporto fiduciario dentro la coalizione di governo.
Operazione fantascientifica, a giudicare dal muro di no subito alzato da Pdl e Lega. Forse Casini può andare in vacanza senza rischio di essere richiamato a Roma.
lunedì 01 agosto 2011
IlGiornale.it