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Giustizia italiana indebitata per le intercettazioni Nel 2010 è costata al
contribuente 270 milioni
lunedì 25 luglio 2011
La spesa per captare le conversazioni degli indagati copre quasi la metà del
disavanzo del ministero di via Arenula: 165 milioni di euro. nel 2010 l'ascolto
delle telefonate è costato 270 milioni di euro al contribuente
Investireste in una società i cui costi sono sempre superiori ai ricavi? Probabilmente no, anche se gli amanti del rischio ci sono sempre. Il contribuente italiano, invece, non può sottrarsi dal finanziare attraverso le imposte il sistema della giustizia. E poiché, salvo nelle teorie liberiste più radicali, privatizzare la giustizia non si può, dobbiamo «socializzare» i 340 milioni di debiti a fine 2010. Una cifra che si mangia quasi il 5% dei 7,2 miliardi destinati al budget del ministero finora guidato da Angelino Alfano.
Eppure un primo risparmio già si potrebbe ottenere se ogni anno lo Stato non incorresse in dolorosi risarcimenti legati tanto agli errori giudiziari (16,8 milioni nel 2011) quanto all’ingiusta durata del processo (41,5 milioni comprese le cause pendenti alla Corte Ue dei diritti dell’uomo).
Il totale fa 58 milioni, ma la Corte dei Conti ha rilevato debiti pregressi per 95 milioni. La magistratura se ne preoccupa? No, i soldi li paga il Tesoro, ma 153 milioni risolleverebbero un po’ le casse di Via Arenula.
La maggior parte della spesa, infatti, riguarda il personale (1,1 miliardi per i 9.120 magistrati e 1,3 miliardi per i 40mila addetti all’amministrazione). Il resto sono le cosiddette «spese di giustizia», un calderone nel quale fino pochi anni fa si «infilava» tutto.
Poi, Alfano e Tremonti hanno istituito il capitolo 1363 e la verità è venuta a galla.
Del miliardo di costi vivi della amministrazione giudiziaria fino a qualche anno fa, il 37% era rappresentato dalle intercettazioni. Lo strumento senza il quale i vari Boccassini, Woodcock e Ingroia si perderebbero in un bicchier d’acqua costa allo Stato, cioè a noi, oltre 180 milioni.
La realtà è diversa dalle previsioni per il 2011. La Corte dei Conti ha certificato che nel 2010 le intercettazioni sono costate 270 milioni con un debito di 90 milioni che va a sommarsi ai 75 dell’anno precedente per un totale di 165. Quindi la metà dei debiti del ministero è determinata dall’uso ( e dall’abuso ) delle intercettazioni.
Il monitoraggio di Alfano, rileva la Corte,
ha comportato «risparmi tra il 25 e il 30%».
Se le spese aumentano, è perché le Procure intercettano a go-go. L’«operazione trasparenza» del ministero della Giustizia fornisce altri elementi: nel 2010 la Procura della Repubblica di Milano con tre distinte aperture di credito ha ottenuto 16,5 milioni per intercettare (anche il Rubygate sarà probabilmente compreso in queste).
La Procura di Palermo ha utilizzato il conto per 28,5 milioni e quella di Napoli per 13 milioni, più dei 700mila per la Procura di Santa Maria Capua Vetere, che ha competenza su Gomorra.
La Procura di Milano ha tenuto a far sapere alla stampa «amica» che, a fronte di 8 milioni spesi per il processo Antonveneta, sono stati recuperati nei patteggiamenti 340 milioni di euro. Il fine, perciò, giustificherebbe i mezzi.
(A proposito, lo sapete qual è il sequestro di maggior valore in capo all’Agenzia nazionale per i beni confiscati? Si tratta delle holding di Massimo Ciancimino, la superstar di Annozero, un complesso di società stimate tra i 300 e i 500 milioni che spaziano dalla gestione dei rifiuti in Romania alla metanizzazione di Belgrado.)
La conseguenza? Il taglio degli investimenti: l’edilizia carceraria langue, non si possono assumere altri addetti di Polizia penitenziaria e gli istituti traboccano con somma tristezza di Pannella.
I risultati? Per la giustizia sono i processi: tra cause sopravvenute e pendenti
a fine 2009 si superava quota 1,7 milioni, circa il doppio di quelle concluse.
Ma si sono prescritti 143.825 provvedimenti, il 70% dei quali con decreto
del gip, senza arrivare in aula.
Ma non parlate ai magistrati di processo
breve. Per carità.
IlGiornale.it
'Sono abusive le intercettazioni abusive'.
Mauro Mellini
Alfano, ha fatto una dichiarazione in ordine alle notizie relative alle 28.000 pagine di intercettazioni telefoniche compiute per l’indagine napoletana per la “Loggia P4”, che, in quanto sembra sia inesistente, è sicuramente segreta. Con questa dichiarazione passerà alla storia come un altro Signor di Lapalisse, che prima di morire era vivo.
La dichiarazione ha questo ineccepibile contenuto: Si possono fare solo intercettazioni telefoniche lecite. Quando si abusa di questo potere, le intercettazioni sono abusive, che pertanto non si possono fare.
Alfano è tuttora Ministro della Giustizia. Ma, nei giorni scorsi, nominato da Berlusconi coordinatore del partito, era stato annunziato che lasciava di conseguenza il Ministero e si erano fatti nomi di probabili suoi successori.
Qualcuno, particolarmente maligno, sostiene che, non essendosi potuta trovare traccia del partito (P.d.L.) che avrebbe dovuto coordinare, le dimissioni da Via Arenula sono state rinviate in attesa che si provveda a rintracciarlo.
Altri, invece, sostengono che, appresi taluni dei nomi degli aspiranti alla sostituzione, si sarebbe levato un coro unanime invocante un ripensamento del Cavaliere ed implorante la sua inamovibilità in quel Dicastero.
La dichiarazione di Alfano, sia che debba rappresentare l’ultimo gesto da ministro, sia che, invece, confermi che il suo abbandono è rinviato sine die, non si discosta dalla tradizione italiana delle reazioni di fronte alle malefatte della giustizia.
Alfano ha tenuto particolarmente, in apertura della sua dichiarazione, giustificarsi col Partito dei Magistrati: “Le intercettazioni telefoniche si devono fare , sono necessarie per colpire i criminali”.
Fatta questa premessa, ha soggiunto che però quelle che violano la privacy delle persone perbene sono un abuso e devono essere vietate, considerate abusive.
Il Partito dei Magistrati sarà d’accordo (anche se farà finta di no, tanto per non fare una figuraccia con il proprio pubblico). Tanto saranno i magistrati a stabilire quando è necessario accertare se uno è un criminale, se c’è un crimine ed un criminale. Quindi, ogni intercettazione sarà sempre necessaria.(!)
Se non si ritorna almeno al codice di procedura del 1930 (fascista…) che stabiliva che il P.M. esercita l’azione penale (e inizia l’indagine) solo quando gli pervenga nei modi di legge “notizia di reato”, abolendo l’obbrobrio del codice del 1989 che consente anche le indagini per andare a cercare eventuali notizie di reato, rendendo totalmente soggettivo il concetto di “necessità” di qualsiasi strumento di indagine, ogni discorso sugli abusi vietati è e resta ridicolo, al pari delle proposte di riforma.
Siamo alla solita solfa di certe “prudenti critiche” del sistema dei pentiti. Un magistrato siciliano processato per “concorso esterno in associazione mafiosa”, sulla base, tra l’altro, delle dichiarazioni di alcuni pentiti, assolto alla fine, dopo un decennio e più di tribolazioni giudiziarie, intervistato in televisione, alla domanda su ciò che pensasse dei pentiti rispondeva: “i pentiti devono servire per far condannare i delinquenti mafiosi, non le persone perbene, i magistrati”. Già ma quei pentiti lo avevano accusato di essere un delinquente più o meno mafioso…
Insomma, di fronte ad evidenti abusi (che sono abusi dei quali chi li commette dovrebbe pur rispondere) o si riforma il sistema della responsabilità di chi è investito di così delicati poteri, o si riforma la legge che conferisce ai magistrati poteri dei quali è possibile l’abuso.
Alfano sembra invece aderire alla scuola di quelli che vogliono “la botte piena e la moglie ubriaca”, in altre parole, la giustizia “a doppio binario”: quello giustizialista e quello garantista, la scuola, per intenderci di cui si proclamava discepolo quel magistrato siciliano, malgrado l’esperienza patita.
Se così stanno le cose, malgrado il clamore giustamente levatosi per le vicende della “P4” e le tonnellate di nastri e di trascrizioni di intercettazioni, cui ha dato luogo non avremo che una riforma “aggetivale”, che si risolverà nella aggiunta di qualche aggettivo o di qualche avverbio alle proporzioni di legge delle quali oggi si abusa, perché si abusi anche del nuovo testo. Oppure si aggiungerà qualche altro “filtro” alle cosiddette richieste di intercettazioni, continuando ad ignorare che una delle prassi illecite più diffuse è quella delle autorizzazioni in bianco di intercettazioni telefoniche. Si commettono probabilmente più reati con le intercettazioni telefoniche di quanti realmente se ne trovino le prove mediante esse.
Ma, Alfano “premette”. Malgrado tutto le “riforme condivise” continuano e continueranno ad aumentare il volume e le pagine dei “codici aggiornati” ed a lasciare il tempo che trovano.
7.6.2011 www.giustiziagiusta.it
Piccolo dettaglio: il cavallo di Troia costa.
Stefano Zurlo
Panorama rivela i numeri del castello accusatorio della procura di Napoli. Il
computer di Bisignani grazie a un costoso virus è stato usato come
altoparlante per captare pure i respiri. Intercettate 70mila conversazioni. E la
polizia tributaria denuncia: "Le spese sono troppe"
E il 16 marzo scorso il comandante del gruppo di polizia tributaria di Napoli Luigi Acanfora lo ricorda ai pm, sottolineando che da 29 giorni il computer monitorato tace. Per questo Acanfora invita i pm a pesare vantaggi e svantaggi del lavoro alla James Bond: «Valutino le signorie vostre l’opportunità di cessare le operazioni, considerato l’elevato costo del sistema d’intercettazione telefonico ».
Ma i pm non hanno tolto le tende. E l’indagine è andataavanti
battendo record su record. Quattro milioni e mezzo di conversazioni,
naturalmente nel senso più ampio della parola, sono finite nella rete dei
magistrati che il 22 luglio riproporranno le loro argomentazioni al tribunale
del Riesame e chiederanno di nuovo l’arresto di Bisgnani per associazione per
delinquere, un reato bocciato dal gip.
I numeri sono imponenti, i risultati, al
momento, modesti.
IlGiornale 30.6.2011
Il 2009 si è chiuso con un costo complessivo per le intercettazioni telefoniche
di oltre 270 milioni di euro.
A cura di Antonio Marchetta
Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per
contenere il crescente costo delle indagini condotte attraverso l’importante
canale telefonico, ha istituito un fondo autonomo per le intercettazioni
telefoniche di 180 milioni di euro.
Oggi riparte l’esame del Disegno di legge sulle intercettazioni e i tempi di
approvazione del testo stringono al punto che per domani è prevista anche
una seduta notturna in Commissione Giustizia del Senato per approvare il Ddl.
Fra le novità che potrebbero essere introdotte c’è il divieto di pubblicazione degli atti delle indagini e la non divulgazione del nome dell’indagato, a meno che non sia stato colpito dalla misura cautelare restrittiva in carcere, fini alla fine dell’udienza preliminare. Ma a creare maggiori polemiche fra la maggioranza e l’opposizione è l’art. 29 del Ddl, il quale prevede che entro il 31 marzo di ogni anno i procuratori della Repubblica devono inviare una nota al ministero della Giustizia giustificando i costi sostenuti nelle attività di indagine.
Per la maggioranza si tratta di una norma che tende a responsabilizzare le attività dal punto di vista economico, non è un caso, infatti, che saranno sottoposti al controllo della Corte dei Conti. Il problema che si pone è però il fatto che le procure hanno l’obbligo dell’azione penale e quindi è una contraddizione programmare il budget preventivamente, in quanto l’autorità giudiziaria non può sapere con anticipo quali saranno le attività investigative che dovrà obbligatoriamente condurre. Proprio per tale motivo le somme messe a disposizione dal Ministero della Giustizia potrebbero essere riviste verso l’alto, a riprova di ciò basta vedere i dati relativi alle operazioni di intercettazione dell’anno appena trascorso.
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