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Province e costi della politica . La casta dica si!
di AlbertoTaliani

La manovra anti-crisi lacrime e sangue che graverà in gran parte sul ceto medio, prova a colpire anche i costi crescenti della politica

Il segnale del governo, nel momento in cui il Pese è chiamato a duri sacrifici è in gran parte sul ceto medio, prova a colpire anche i costi crescenti della politica che provocano l’indignazione e la protesta dell’opinione pubblica. Il governo ha deciso: via le Province sotto i 300mila abitanti, fra 29 e 35. L’operazione scure scatterà dopo il censimento nazionale di ottobre (gli ultimi dati sulla popolazione risalgono al 2001) e dopo le elezioni amministrative. La scure colpirà anche i Comuni sotto i mille abitanti che sarebbero gestiti solo dal sindaco-assessore, con accorpamenti per quelli sotto i 5mila. Previsti tagli alle poltrone degli amministratori di Regioni, Province e Comuni: in tutto si calcolano 54mila posti in meno.

Non solo. Tra 2012 e 2013 dovrebbero essere recuperati 8,5 miliardi grazie ai tagli ai ministeri mentre altri 9,5 dovrebbero arrivare dai tagli ai trasferimenti a regioni ed enti locali (cosa che ha già provocato la sollevazione degli interessati). Stop anche ai doppi incarichi per chi è stato eletto e di riduzione degli stipendi dei parlamentari per i quali la tassa di solidarietà raddoppia rispetto a quanto verrà pagato dai cittadini a partire da 90mila euro. ??

“Non condivido la strada della soppressione completa delle Province. L’unica strada sarebbe quella costituzionale. Noi abbiamo previsto la soppressione delle province che non raggiungono o i 300.000 abitanti o i 3.000 km quadri di superficie. Ma il punto riferimento è il censimento d’autunno. Ora non abbiamo numeri certi ma per dare un’idea della dimensione del taglio siamo tra le 29-35 Province”, ha detto il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli ricordando che per le province che rimarranno ci sarà un taglio del 50% per consiglieri ed assessori. “Attualmente c’é un amministratore locale ogni 428 cittadini, un rapporto poco sostenibile”. Con la manovra si passerà ad 1 amministratore “ogni 1.100 cittadini “.

Altri dati forniti da Calderoli: la manovra economica approvata dal governo prevede che le Regioni riducano i consiglieri del 20%, passando da un numero complessivo “di 775 consiglieri a 610?. E’ inoltre prevista la riduzione degli assessori e degli stipendi e l’istituzioni dei revisori dei conti anche per le Regioni. Alla fine si passerà da “un rapporto tra popolazione e rappresentanti di uno ogni 428 cittadini, a uno ogni 1100 cerca”. “Accanto alla soppressione delle Province, ci sarà la corrispondente soppressione delle prefetture e degli uffici territoriali di governo”. Con la manovra si prevede una “riduzione di quasi 50.000 poltrone politiche, elettive, alle quali si aggiungono diverse migliaia di dipendenti delle istituzioni che saranno soppresse”. Il ministro ha spiegato che “all’inizio di questa legislatura gli amministratori di Regioni, Province e Comuni erano 140.000 unità e con i vari interventi, compresa la manovra di oggi, a conclusione dei rinnovi elettorali passeremo da 140.000 a 53.000 con una riduzione di 87.000. Un taglio superiore al 60%”.

“A livello dei parlamentari già c’é stato un intervento degli uffici di presidenza di Camera e Senato con la riduzione delle componenti accessorie. Noi siamo intervenuti rispetto all’indennità fissata dalla legge e abbiamo applicato ai parlamentari quanto previsto per i dipendenti del pubblico impiego raddoppiando l’entità dei tagli: 10% tra 90 e 150.000 euro e 20% sopra i 150.000?.

Il segnale del governo, nel momento in cui il Paese è chiamato a duri sacrifici è chiaro, anche se arriva con ritardo. Ma occorrerà attendere la conclusione dell’iter parlamentare per capire se questa strada verrà davvero percorsa fino in fondo dalla politica o meglio dai partiti, quelli che negli anni scorsi, mentre si parlava di tagliare le Province ne creavano di nuove, attesi su questo fronte a una prova decisiva per iniziare a recuperare parte della credibilità persa. Il cammino è appena iniziato e non può e non deve essere fermato. Il prezzo, e anche la “casta” dovrebbe capirlo, sarebbe troppo alto. La domanda infatti è: riusciranno governo e parlamento a usare l’ascia, avranno la forza per farlo? Sono decisioni impopolari che arrivano a ridosso delle elezioni politiche 2013 e questa è una complicazione non di poco conto. Con il problemino in più che i tagli dei trasferimenti agli enti locali finiranno con il mettere in moto aumenti ulteriori dei balzelli locali a carico dei soliti noti, come è previsto da federalismo fiscale (che doveva essere, inutile dirlo, a costo zero…). Staremo a vedere.

Tagliare Province, ovvero feudi, poltrone, indennità, emolumenti e spese correnti oramai diventate status per la “casta” è davvero un’impresa (da fare). Per questo calare la scure sui costi della politica non dovrebbe essere solo un atto governativo, ma parlamentare e bipartisan. E’ un atto dovuto al Paese. La politica sarà all’altezza del compito? Speriamo che non sia chiedere troppo a lorsignori visto che intanto si dà il via libera al prelievo straordinario su chi guadagna 90mila euro lordi all’anno (4mila netti al mese) e non si può certo definire “ricco” facendo raggiungere all’Italia il poco invidiabile “primato” delle tasse sulle persone fisiche.

IlGiornale 12.8.2011

benny

Signorotti . E già inizia la rivolta delle poltrone: le Province cercano di non tagliarsi . I padroni dei feudi hanno già trovato i trucchi per evitare la cancellazione: accorpamenti, referendum, fusioni. In prima linea c'è Mastella.
Libero-news.it

Le Province verranno tagliate. I requisiti sono due: saranno cancellate quelle con meno di 300mila abitanti o con una superficie inferiore ai 3mila chilometri quadrati. La casta si spaventa.

Poi comincia a riflettere. Affila le armi e lancia la controffensiva: la 'rivolta delle poltrone' è già iniziata.

L'illuminazione di Mastella - Capofila è Clemente Mastella, terrorizzato dalla prospettiva di perdere la 'sua' provincia di Benevento. Ma Clemente è furbo. Ha già trovato l'escamotage: cambiare i confini. Mastella pensa già di riscrivere la geografia della Provincia: accorpare le confinanti Valle Caudina e Valle Alifana, et voilà, il gioco è fatto. Si supera la soglia dei 300mila abitanti e il feudo resiste.

Tutti i trucchi dei signorotti - Mastella però non è l'unico a ingegnarsi per evitare la soppressione del feudo (sono 36 quelli che rischiano). Così anche a Sondrio - Provincia di Giulio Tremonti - cominciano a usare l'intelletto. Massimo Sertori, il presidente, annuncia: "Faremo un referendum. Forse i miei cittadini vorranno accorparsi col Cantone dei Grigioni, la Svizzera". Oppure c'è Massa Carrara, che già pensa a inglobare Lucca (o La Spezia, anche se è in Liguria) e creare così la fantomatica Apuania. Stessa idea hanno già avuto Trieste e Gorizia: così si superà l'altra soglia, quella dei 300mila km quadrati. Poi c'è il caso, per esempio, di Belluno che minaccia il referendum per spostarsi dal Veneto al Trentino, tanto per dare fastidio.

"Magari qualche difficoltà" - Insomma, nemmeno è cominciata la discussione nelle Commissioni - né tantomeno in Aula - del pacchetto anti-crisi che prevede anche il taglio degli enti inutili, e già gli amministratori stanno spremendosi le meningi per cercare un trucco e conservare privilegi, stipendi, posizioni e, soprattutto, sprechi. Silvio Berlusconi, dopo l'incontro di sabato con Tremonti, se lo era lasciato scappare: "Abbiamo chiesto sacrifici alla politica. Questo è un tema su cui ci sarà magari qualche difficoltà". Il Cav tolga pure il 'magari': la 'rivolta delle poltrone è già iniziata.

14.08.2011

nuovo

Dopo l'approvazione nel Consiglio dei Ministri di venerdì sera e la prima conferenza stampa, i ministri Giulio Tremonti, Roberto Calderoli e Maurizio Sacconi hanno presentato nei dettagli la manovra, quella che Libero ha definito 'la stangata delle libertà'.
Libero-news.it

Tagli alla politica - Il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, ha illustrato tagli alla casta e alla politica, spiegando come "a livello dei parlamentari già c'è stato un intervento degli uffici di presidenza di Camera e Senato con la riduzione delle componenti accessorie. Noi siamo intervenuti rispetto all'indennità fissata dalla legge e abbiamo applicato ai parlamentari quanto previsto per i dipendenti del pubblico impiego raddoppiando l'entità dei tagli: 10% tra 90 e 150mila euro e 20% sopra i 150mila". Poi qualche cifra: "50mila poltrone politiche in meno, oltre a diverse migliaia di dipendenti. I rappresentati dei cittadini a livello locale - ha sottolineato - passano da 1 ogni 428 abitanti a 1 ogni 1.100 abitanti". Poi una nuova replica al governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, secondo il quale la manovra segna la morte precoce del federalismo. "Le regioni virtuose - ha risposto Calderoli - non verranno tagliate. La manovra le aiuta anticipando il federalismo fiscale al 2012". Tremonti è intervenuto per sottolineare che "sono soppressi tutti gli enti fino a 70 dipendenti".

Province, comuni, enti - Il ministro leghista ha spiegato che "per i comuni sotto i mille abitanti ci sarà l'obbligo di svolgere le loro funzioni sotto la forma dell'Unione dei municipi: ne verranno accorpati 1.979. A livello di singolo comune non ci sarà più consiglio o assessori - ha indicato -. Non ci sarà più un unico bilancio e anche la giunta sarà svolta sotto forma dell'Unione dei municipi". Per quel che riguarda l'abolizione delle Province, Calderoli ha spiegato che "non abbiamo numeri certi, ma per dare un'idea della dimensione del taglio siamo tra le 29 e le 35". La bozza del decreto prevede anche che l'altro requisito in base al quale una Provincia potrà essere tagliata è che non abbia una superficie inferiore a 3mila chilometri quadrati. Per quel che riguarda la popolazione farà fede il censimento che si terrà nell'autunno del 2011 (è però già iniziata la 'rivolta delle poltrone': leggi tutti gli escamotage dei signorotti di provincia per evitare il taglio). "Accanto alla soppressione delle Province - ha aggiunto Calderoli - c'è la corrispondente soppressione delle Prefetture e di tutti gli uffici corrispondenti del governo", mentre non verranno toccati gli uffici giudiziari, anche se "probabilmente una rivisitazione a livello più basso andrebbe fatta". Per il capitolo enti, "il Cnel passa da 121 membri a 70", mentre il Sistri (il sistema di tracciabilità dei rifiuti speciali e pericolosi che, dopo una serie di rinvii, sarebbe dovuto entrare in vigore a settembre), viene abrogato: "Una misura fortemente richiesta da tutte le categorie".

13.8.2011

libero

Province Fallite come la Grecia.Vivono solo per le banche!.
Andrea Scaglia

E' questo dato che, al di là delle inchieste giornalistiche e le piccate repliche istituzionali e i «facile parlare più difficile farlo», ecco, c’è questo numero che spiega più di mille parole quanto sia necessario interrompere al più presto un intollerabile spreco istituzionalizzato.

Emerge dallo studio dell’associazione Trecentosessanta, che ha analizzato i bilanci consuntivi di tutte le Province italiane. E niente: se oggi stesso le Province smettessero di operare, così, di colpo - e dunque niente più stipendi né auto blu né affitti o bollette e neanche i costi dei servizi erogati, niente di niente -, ecco, se così succedesse, costerebbero ugualmente alla collettività oltre mezzo miliardo di euro all’anno.

Per la precisione: 522 milioni 351mila 649 euro. Un milione e 431mila euro al giorno. Perché a tanto ammonta la spesa totale per interessi passivi, vale a dire i soldi che gli enti pagano alle banche per i debiti contratti.

Debiti che complessivamente, a tutto il 2008, hanno raggiunto l’impressionante cifra di 11.558.700.801 euro (più di undici miliardi e mezzo).

«Ma allora cos’è, le Province sono come la Grecia?» potrebbe paradossalmente azzardare qualcuno, paragonando (impropriamente) le difficoltà debitorie. Ora, ovvio che ai passivi bancari delle Province contribuiscano anche le spese d’investimento, certo non assimilabili ai debiti improduttivi. Resta il fatto che, in tempi di crisi grave, faremmo volentieri a meno dell’indebitamento di un livello amministrativo che, nel nostro Paese, va ad aggiungersi ad altri quattro o cinque - in Italia si eleggono i rappresentanti comunali (nelle città anche circoscrizionali) e poi quelli regionali e nazionali ed europei. Dice: ma quelli provinciali sono davvero necessari? Risposta: no !.

Tra l’altro, codesto fardello debitorio diventa fonte di altri ricaschi amministrativamente nefasti. Qualche giorno fa, su questo giornale, Francesco Specchia ricordava come le Province, per alleggerire il peso dei passivi di bilancio, si siano buttate sui “derivati”, strumenti che in sostanza permettono di dilazionare contabilmente l’incidenza del deficit, a fronte però di un esponenziale aumento di rischio nel caso non si riuscisse a far fronte agli impegni.

Sono 113 i contratti di questo tipo sottoscritti da enti provinciali, per un capitale nozionale di 3 miliardi e 53 milioni di euro. Una bomba finanziaria potenzialmente letale.

Peraltro, le Province non si fermano ai debiti in chiaro: ci sono quelli fuori bilancio - le spese occulte e soprattutto i contenziosi, che non compaiono a chiusura d’esercizio e però poi saltano fuori.

A fine 2009 la Corte dei Conti ne ha fatto una ricognizione. Per quanto riguarda gli enti provinciali, le regioni dove se ne registrano di più «sono la Calabria (4 Province con complessivi 9,273 milioni di euro), la Campania (4 Province, 7,068 milioni di euro), il Molise (2 Province per 5,743 milioni di euro), il Lazio (2 Province, 5,677 milioni di euro), la Sicilia (9 Province, 5,253 milioni) e l’Abruzzo (4 Province, 3,841 milioni di euro). Questo è l’andazzo.

Esempio a caso: dei circa cinque milioni di debiti fuori bilancio riconosciuti nel settembre scorso dal Consiglio provinciale di Salerno, due milioni e mezzo vedevano come creditore l’Enel, e riguardavano il pagamento di energia elettrica per il 2008-2009. Come dire: bollette fuori bilancio.

E tanto per sostanziare il paragone con la Grecia - paradossale, ripetiamo, ma non del tutto campato per aria -, c’è da ricordare come di recente l’agenzia di rating Moody’s abbia messo sotto osservazione anche i conti di alcune Province italiane, per vedere se confermare la loro valutazione o diminuirla - si tratta delle autonome Trento e Bolzano, Arezzo, Bologna, Firenze, Genova, Milano e Torino. Attenzione, non significa che queste siano quelle meno virtuose - Milano, per esempio, totalizza un rating al di sopra del livello nazionale, e un eventuale declassamento, che comunque non c’è stato, la manterrebbe su standard comunque accettabili. Ma tant’è: resta il fatto che le Province sono un ente quantomeno superfluo.

E chi s’oppone alla loro abolizione non venga poi a sbraitare che è contro gli «sprechi della politica» e «basta con la casta» e «a noi non interessano le poltrone». E se qualcuno scorge qualche lontano riferimento ai partiti tutti, Lega in primis, ecco: è proprio così.

12.07.2011
libero.it

La casta non tocca le Province
www.libero-news.it

dipietroLe province non le aboliscono, ma l'opposizione si spacca. Martedì pomeriggio la Camera ha bocciato la proposta dell'Italia dei Valori per l'abolizione delle province. Contro la richiesta si è espresso quasi tutto l'arco parlamentare: la casta, alle sedie non ci rinuncia.

A favore della proposta di Antonio Di Pietro si è schierato il Terzo Polo. Il Partito Democratico, invece, si è astenuto.

Durissima la reazione dell'ultrà Tonino, che lasciando Montecitorio ha apostrofato come "traditori" gli alleati democratici. A parte il Pd, dal voto in aula si è evinto che, a protestare, sono quelli che non governano: Idv e il Terzo Polo. Andando avanti di questo passo, l'abolizione delle province resterà sempre un miraggio.

Fronte compatto - L'Aula ha bocciato il mantenimento del primo articolo del testo, quello che cancellava la parola "province" dal Titolo V della Costituzione. I voti contrari sono stati 225, quelli a favore 83, mentre gli astenuti sono stati 240. Anche tra le fila del Pdl ci sono stati degli astenuti. Oltre che da Di Pietro, le critiche nei confronti del Pd sono piovute anche da Pier Ferdinando Casini: "Mi dispiace molto che abbiano perso l'occasione di fare una cosa saggia e di mandare il governo in minoranza - ha dichiarato -. Avremmo dato un segnale e non sarebbe stato un peccato di lesa maestà suddividere le competenze delle Province tra Comuni e Regioni".

Furia Di Pietro - Ma il più arrabbiato di tutti, come detto, era Tonino Di Pietro, letteralmente furioso. "Oggi si è verificato un tradimento generalizzato degli impegni e dei programmi elettorali fatti da destra e sinistra. Hanno fatto a gara nel far sognare gli italiani durante la campagna elettorale, sarebbe stato il primo passo per eliminare gli sprechi della casta e ridurre i costi della provincia - ha sottolineato l'ex pm -.

Dell'abolizione delle Province si parla dal 1960, ma c'è stato un comportamento patetico anche nella nostra coalizione, qualcuno ha chiesto l'ennesimo rinvio per riflettere". Secondo Tonino "c'è solo un'enorme distanza tra la chiacchiera elettorale e i fatti istituzionali. C'è una maggioranza trasversale che possiamo chiamare maggioranza della casta, tipica da Prima Repubblica. Spiace - ha concluso Di Pietro - che la Lega che parla tanto di sprechi e costi della politica, poi è in prima fila quando si tratta di sistemare le 'cadreghine' locali".

2.7.11 LIBERO.IT

spese-tasseFassino aumenta le tasse ma si regala un portavoce da 187mila euro all’anno
di RobertoBonizzi

Un amico «carissimo». Non soltanto di Piero Fassino. Ma oggi pure per il Comune di Torino.

Giovanni Giovannetti è stato appena assunto come portavoce e responsabile delle comunicazione del sindaco. Stipendio percepito: 186.268 euro lordi annui. Che fa 931.340 euro in totale nei cinque anni di mandato politico. Oltre 15.500 euro lordi.

Quasi quanto un parlamentare. Giovannetti è un giornalista, ex redattore e poi inviato del Messaggero, dal 2005 al fianco di Fassino come addetto stampa, prima alla segreteria dei Ds, quindi al Pd e oggi al Comune di Torino. Un rapporto di stima professionale, ma anche di amicizia visto che è stato proprio il neo sindaco a sposare il suo portavoce. Era il 23 giugno 2006. A Venezia, Palazzo Cavalli affacciato sul Canal Grande, un Fassino in fascia tricolore univa in matrimonio con rito civile Giovannetti e la compagna, Valentina. Con un augurio, riportano le agenzie di allora, di «condividere una vita intera» dopo la scelta «grande e impegnativa».

Una scelta «grande e impegnativa» anche quella del contratto del portavoce del sindaco per le disastrate casse comunali a Palazzo di Città.

Torino ha il debito più alto d’Italia tra i municipi: 3,1 miliardi di euro (dati 2008, ma la stima del 2010 parla di 3,8 miliardi), 3.500 euro per ogni cittadino, pari al 225% delle entrate.

E infatti Fassino sta correndo ai ripari aumentando le imposte, anche per rientrare nei criteri più rigidi del patto di stabilità previsti in Finanziaria.

La Tarsu crescerà dell’1%, dell’1,5% saliranno i canoni per le iniziative pubblicitarie. E dal primo gennaio 2012 i biglietti di tram, autobus e metropolitana dovrebbero crescere a 1,20 euro, e cioè del 20%. In più la giunta sta studiando un aumento delle rette delle mense nelle scuole e degli asili comunali. Nell’aria anche l’introduzione di una tassa di scopo: un euro per ogni auto che entra in città.

Misure sanguinose ma serie per ridurre il deficit accompagnate anche da tagli al budget per la giunta comunale. Un 30% in meno rispetto al predecessore Sergio Chiamparino, che può vantare il record di portaborse. Però (in politica c’è sempre un però) ogni assessore (Fassino escluso) avrà a disposizione 90mila euro per l’assunzione di una persona nel proprio staff. In totale un milione e 90mila euro per 24 persone. A cui aggiungere i 186mila euro per il solo Giovannetti.

Uno stipendio che si avvicina a quelli dei parlamentari e davvero record anche per il comune di Torino. Dove il portavoce precedente, Riccardo Caldara, intascava 123.837 euro lordi l’anno, di cui 25mila come premio di risultato. Compenso già ricco e superiore a quello del sindaco stesso (109mila euro). Ma, comunque, di 64mila euro inferiore a quello di Giovannetti. Un amico davvero «carissimo». E non più soltanto di Fassino.

2.8.11 IlGiornale

La lega nord di nuovo forcaiola ?

vincino Il vicesindaco sceriffo di Treviso, Giancarlo Gentilini, descrive la situazione in poche parole: "C'è uno scollamento tra potere centrale e popolazione e prima o poi si arriva alla resa dei conti".

Parla dell'Italia, Gentilini, ma sottintende anche la Lega, il suo partito. Perché quello che sta accadendo in via Bellerio è qualcosa di storico, come lo fu sul finire del 1994. Allora arrivò il ribaltone, con Bossi a disarcionare il Cavaliere al suo primo governo. Oggi è Roberto Maroni a tirare le fila della grande manovra ai danni di Silvio Berlusconi, con il Senatùr malinconicamente a guardare.

Se n'è reso conto, e bene, il premier, che dopo il voto alla Camera per l'arresto di Papa ha chiesto ai suoi: "Ma Bossi conta ancora qualcosa nel suo partito?".

La risposta l'ha data proprio il ministro degli Interni: "Noi siamo stati coerenti". Ha parlato a nome del partito, anche se non tutti i deputati del Carroccio hanno votato compatti per il sì.

Ma a Bobo importa poco, perché ha in testa un progetto più ambizioso: fare le scarpe a Silvio. E' lui il nome nuovo per il governissimo. Tramontato Tremonti, Maroni rappresenta l'uomo ideale per accomunare sinistra, centro e qualche deluso della maggioranza, evitare le urne e tirare avanti fino al 2013.

Ostruzionismo - Dopo il voto, molti hanno assistito all'affannarsi di alcuni esponenti autorevoli dell'opposizione verso gli scranni del governo per stringere la mano al capo del Viminale. "Per fortuna abbiamo un grande ministro degli Interni", ha detto Antonio Di Pietro a Maroni, complimentandosi per il sì all'arresto di Papa. Di fatto, un'investitura.

E la Lega come reagisce al doppio colpo di mano (a Bossi e a Berlusconi) del suo leader in pectore? Male la base, con tanti elettori che minacciano l'astensione alle prossime consultazioni. E male la nomenklatura, con l'ormai celebre Cerchio Magico che si stringe intorno a Bossi, fa quadrato e studia le contromosse. Così come il governo. In molti, tra onorevoli e sottosegretari, annunciano già che molte iniziative provenienti dal Viminale non troveranno molti favori in fase di voto.

21.07.2011

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