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Prozac Monti
di Annalena Benini
Con quella faccia può dire tutto ciò che vuole. “Scordatevi il posto fisso” non sarà l’ultimo imperativo
Quando, la prossima volta, Mario Monti dirà, verso mezzanotte perché preferisce coglierci la sera tardi, nel torpore casalingo: “E adesso le signore possono consegnare nelle urne apposite le fedi nuziali, i gioielli e le lavapiatti di ultima generazione, beni necessari e urgenti per la crescita del paese e per il consenso internazionale, e i signori le chiavi delle automobili e delle case. Sono piccole rinunce, ma l’Italia ce la farà”. Oppure: “Fare la fame non è un tabù”, e lo dirà con quell’aria rasserenante, tutti annuiranno, compunti, diranno beh, in effetti ha ragione, e cosa vuoi che sia un anello, che monotonia il bilocale, sono provvedimenti necessari. Ci sarà un minimo sindacale di indignazione, soprattutto in rete, ma i più resteranno composti, sobri, riflessivi, i politici normalmente guerriglieri abbasseranno gli occhi e le signore cominceranno a slacciarsi le collane di perle e a lavare le pentole a mano. Perché Monti, con quella faccia, con quel tono, con quegli occhiali, può dire tutto ciò che vuole.
“Scordatevi il posto fisso” è una cosa abbastanza scioccante, da queste parti. Ma l’ha detta Monti (forse mette del Prozac misto a Tavor nelle onde sonore che partono dalle sue parole) e non è scoppiata la rivoluzione. Quando Silvio Berlusconi parlò dell’ articolo 18, scese giù il mondo. Non aveva ancora finito la frase e c’erano già migliaia di pullman a tutto gas verso piazza San Giovanni, bandiere, palloncini, comizi, striscioni, un milione di persone in strada. Ora Monti dice, con levità: “I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita, del resto diciamolo: che monotonia il posto fisso per tutta la vita”, e molti corrono a licenziarsi per non sembrare troppo noiosi (una ragazza su twitter ha scritto che anche il pasto fisso è abbastanza monotono, a questo punto, e per trovare nuove sfide potremmo cominciare tutti a scordarci anche la cena). C’è qualcosa di incantatorio, di stregonesco, nell’autorevolezza comunicativa del presidente del Consiglio, che dà nuove sconvolgenti notizie una dietro l’altra senza che nessuno perda la calma (a parte quelli che hanno il dovere di perderla).(...)
febbraio 2012
© - FOGLIO QUOTIDIANO

Re Giorgio gela i poveri e la Cgil
di Mario Giordano 17 dicembre 2011
Napolitano taglia la strada a Bersani e Co. che ora dovranno far digerire una manovra lacrime e sangue al loro elettorato Avanti popolo, alla riscossa. Delle tasse. Dal trionfo del proletariato al trionfo del salassato: ci voleva un vecchio e nobile comunista come Giorgio Napolitano per portare la sinistra all’ ultimo passo della sua evoluzione.
«Anche i meno abbienti devono fare sacrifici », ha detto il presidente della Repubblica in un videomessaggio per la XXII edizione del Telethon. E nelle tipografia della sinistra italiana già sono pronti i nuovi manifesti: uno spettro si aggira per l’ Italia,cari poveri dovete soffrire. Perfetto, no? Partirono promettendo alla classe operaia di andare in paradiso, arrivano chiedendole di pagare l’Ici sulla prima casa. «Anche i meno abbienti devono fare sacrifici». Sempre più di fisco, sempre meno di lotta la sinistra si trova così spiazzata dal padre nobile, il grande vecchio che sta sul Colle: pare che nel Pd, dopo le sue parole, le gastriti duodenali siano cresciute in misura inversamente proporzionale al favore dei sondaggi. In effetti: già è difficile andare a spiegare a Mirafiori e a Pomigliano d’Arco che questa manovra bisogna digerirla per forza perché così piace all’ Europa di frau Merkel. Figurarsi ora che si diffonde la notizia che il nuovo motto della sinistra dice che anche i poveri devono piangere...
Problemi di Bersani, problemi della Cgil. Il loro compito non sarà facile. Già faticano un po’ a far passare la linea della responsabilità fra i loro iscritti: ora il guru del Quirinale toglie qualsiasi spazio di manovra. Non hanno altra possibilità: dovranno seguire il rigor Montis fino alla morte per consunzione di elettorato. La tassa sulla casa? Anche i poveri devono pagare. Il taglio delle pensioni? Anche i poveri devono pagare. Aumenta la benzina? Anche i poveri devono pagare. Il neo motto napolitano è l’alka seltzer che fa digerire qualsiasi salasso indigesto. Se, per dire,tra un po’ a Berlino s’inventano che dobbiamo pagare la tassa sul pane, embeh? Anche i poveri, per quanto mangiano, devono pagare. E se arriva l’imposta sull’aria? Pazienza: anche i poveri, finché respirano, devono pagare.
Nel pomeriggio il presidente Napolitano è tornato a parlare dalla Farnesina e ha sparso parole di fiducia sull’Italia che è tornata autorevole al tavolo delle istituzioni europee. E noi immaginiamo le feste nelle case popolari di Quarto Oggiaro e Mirafiori Sud: evviva, evviva, abbiamo una fame che non ci vediamo più, non arriviamo a fine mese, per fare il pieno al distributore bisogna aprire un mutuo, però quando Monti arriva a Bruxelles gli fanno le feste. Oh come siamo felici, oh come siamo contenti. E che dite, cari compagni: se facciamo qualche altro sacrificio in più, non è che per caso il nostro premier lo portano pure in trionfo? Perché, se fosse così, c’è gente disposta a morir di fame pur di vederlo, per una volta, sorridente...
Del resto, si sa, anche i poveri devono pagare. Dal manifesto di Marx a quello di re Giorgio: per le classi operaie il sol dell’avvenire non brilla più da tempo, ora Napolitano ha spento anche l’ultima lampadina. Pensate che cosa sarebbe successo se una dichiarazione di questo genere l’avesse fatta chiunque altro, da Berlusconi in là: si sarebbe scatenata contro una furia devastante. Potete immaginare: troupe di Ballarò all’ assalto,vecchiette indignate, cori di pensionati a denunciare ad alta voce la lesa maestà del loro vivere quotidiano. «Come è possibile?», «Come osa?», «E come si permette? ». Invece quella frase l’ha detta Giorgio l’Intoccabile, il sovrano della Repubblica, il leader dell’era sobria. E nessuno lo può contestare. Nemmeno Bersani, nemmeno la Cgil. Nessuno che abbia notato nemmeno quanto stonassero i ricchi arazzi del Quirinale dietro alle spalle di uno che chiede ai meno abbienti di fare sacrifici. Nessuno che abbia ricordato a Napolitano che prima che i meno abbienti, forse, sarebbe bene che i sacrifici li facessero gli abitanti di quei palazzi romani, ancor pieni di privilegi e ori.
Niente di niente. Tutti ad applaudire.L’Italia è tornata autorevole, evviva. Abbiamo evitato il disastro, evviva. I non abbienti devono pagare, evviva evviva. Adesso che l’hanno capito, chi li ferma più: bandiera rossa la trionferà. E nel nuovo mondo i poveri potranno finalmente soffrire tantissimo.

La banda del buco ci pesa Tagliamo i senatori a vita
di Camillo Langone
Andreotti, Scalfaro, Ciampi: il debito pubblico italiano è anche colpa loro eppure continuiamo a pagarli a Palazzo
Va bene, lo abbiamo capito, la presente manovra non ha padri né madri, nessuno (giustamente) vuole metterci la faccia.
Ma il debito che la manovra dovrebbe tamponare non è un figlio di nessuno, le facce dei padri ci sono eccome e sotto le facce non mancano i nomi e i cognomi.
Eccoli: Giulio Andreotti, Aldo Moro, Giovanni Spadolini, Amintore Fanfani, Bettino Craxi, Giovanni Goria, Ciriaco De Mita, Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi.
Sono i presidenti del Consiglio che negli anni Settanta, Ottanta e Novanta hanno firmato le cambiali che dobbiamo pagare noi e che forse toccheranno pure ai nostri figli, che di quegli sperperi non hanno beneficiato nemmeno di striscio.
Sono le menti raffinatissime, gli strateghi della politica, gli assi della finanza che al dunque si sono comportati come i più folli scialacquatori spingendo il rapporto debito/pil prima sopra il 50 e poi, per confermare il detto che al peggio non c’è mai fine, sopra il 100 per 100.
Ma perché lo hanno fatto? Per ingrassar clientele? Per mantenere le posizioni di potere del proprio partito, della propria corrente, del proprio spiffero? O solo per debolezza, per incapacità a dire dei no? Magari c’è perfino di peggio. Goethe nel “Faust” racconta di un imperatore che segue il consiglio di Mefistofele: emettere obbligazioni e banconote con la copertura di riserve auree che nessuno ha mai visto e che molto probabilmente non esistono. Uno dei consiglieri osserva che è proprio un’idea diabolica ma il sovrano non sente ragioni e firma il patto faustiano pur di garantirsi qualche anno di prosperità illusoria.
Qualcosa del genere hanno combinato i nostri antichi campioni: hanno tirato a campare facendo tirare la cinghia (se non addirittura le cuoia) alle generazioni successive. Molti sono morti e sia pace all’anima loro, anche se qualche riflessione storica sul Craxi dilapidatore prima o poi bisognerà farla: con soli due governi e in meno di quattro anni è riuscito a raddoppiare la massa di titoli di Stato che incombe sulle nostre teste come una spada di Damocle. Complimenti vivissimi, Bettino. Amato e De Mita sono ancora in circolazione però in luoghi piuttosto fuori mano (Nusco, Capalbio, Bruxelles...) e quindi facciamo finta di non averli visti.
Ciampi e Andreotti invece è impossibile dimenticarli: sono a Palazzo Madama a vita, assieme a Oscar Luigi Scalfaro, più volte ministro e capo di Stato con i governi di Ciampi e Amato. Il Divo Giulio ha guadagnato il perpetuo scranno «per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale e letterario» (cito la pomposa motivazione ufficiale). Tralasciando per non morir dal ridere i meriti letterari, bisogna prendere atto della completa evaporazione dei meriti sociali.
È ormai chiaro a tutti che le baby-pensioni istituite dal governo Andreotti II sono quanto di più socialmente devastante si potesse escogitare: stanno facendo scoppiare un conflitto tra generazioni e costringono milioni di italiani che a riposo ci andranno (forse) verso i settant’anni a pagare gli assegni di chi è riuscito a pensionarsi poco più che trentenne.
E Ciampi, il gran banchiere, l’insigne economista, come mai nel ’93-’94 (quando si trovava in cabina di pilotaggio proprio in virtù della sua presunta competenza tecnica) non diede l’ordine “Indietro tutta!” che ci avrebbe potuto salvare? Mi appello a un precedente recente: la revoca del cavalierato a Calisto Tanzi. Dopo il famoso crac, la decorazione di Cavaliere al merito del Lavoro è stata strappata dal petto dell’imprenditore parmigiano «per indegnità». Quindi, quando si vuole, la giustizia esiste. La stessa giustizia che andrebbe onorata togliendo il laticlavio ai due senatori a vita sulla vita altrui.
Libero-news.it 03.09.2011

Casta senza freni, il Colle fa i conti in garage: altro che 40 auto blu ne ha
"solo" trentacinque
di PaoloBracalini
Guai a toccare il Quirinale: Napolitano risponde con una nota alle accuse lanciate dalla Lega. Anche se la rettifica è minima: le auto blu a disposizione del Colle sono 35 anziché 40, di cui cinque per il Presidente
Roma - Guai a chi parla di «casta» per il Quirinale, viene subito smentito dal segretario generale. Anche se si sbaglia di poco, come è accaduto al leghista Marco Reguzzoni, che ha solleticato il Colle sulle «40 auto blu a disposizione» del presidente della Repubblica.
Sbagliato, ha replicato il segretario generale di Napolitano, non sono affatto 40, ma «solo» 35, di cui cinque in tutto per il presidente. Giusto per gli amanti del genere specifichiamo i modelli: tre Lancia Thesis blindate «utilizzate dal capo dello Stato per ragioni di sicurezza», più tre Lancia Flaminia 335 del 1961 (per la parata del 2 giugno e poco altro). Poi ci sono altre macchine pronte per altri capi di Stato in visita, tre Maserati e quindi 24 auto di cui 23 in leasing. Il Colle tiene a precisare che a fronte di 35 autovetture «ci sono 41 autisti di ruolo», cioè «poco più di un autista per veicolo». Spartani veramente. Tutto per circa 323.762 euro all’anno (mentre l’«assegno» annuale del presidente è di 239mila euro lordi).
L’uscita polemica di Reguzzoni ha un po’ sorpreso, visto il flirt della Lega con Napolitano, funzionale a un passaggio indolore degli ultimi decreti del federalismo. Ma con il piccolo bisticcio sulla costituzionalità del decentramento ministeriale il clima è un po’ cambiato, e nel Carroccio si fanno notare - finora sommessamente o quasi - certi privilegi del capo dello Stato. .....
Il Carroccio tiene sempre pronto il capitolo «sprechi del Quirinale», non si sa mai. La ciccia non manca, anche se il Colle in versione Giorgio Napolitano sta seguendo una cura dimagrante delle spese iniziata già dall’insediamento (risparmi per 56 milioni di euro fino a oggi). Non è sfuggita, in clima da feroce anti casta, la mossa ad effetto del Quirinale di «restituire al Tesoro» circa 15 milioni di euro (grazie a tagli sulla parte eccedente i 90mila euro di pensioni e retribuzioni della mastodontica macchina del Colle) nel triennio 2011-2013. Un altro tassello che accredita il presidente come l’unico politico che «pensa al Paese». Ma c’è ancora molta dieta da fare, eccome.
Il Quirinale ha ridotto il personale, ma ha pur sempre un esercito di ruolo di 843 amministrativi, più 103 non di ruolo, più 861 tra militari e poliziotti. Costo complessivo: 228 milioni di euro come bilancio di previsione per il 2011. Un paragone che fa irritare la segreteria generale del Colle è quello con gli altri Palazzi all’estero. Lo facciamo lo stesso.
La Casa Bianca dispone di 470 dipendenti, Buckingham Palace 300, l’Eliseo 570 (conta molto di più, ma costa 90 milioni l’anno). In un futuro battibecco la Lega potrebbe chiederlo al Capo dello Stato. Insieme ai mobili di Monza.
IlGiornale.it 5.8.2011

Presidente della casta.
di Franco Bechis
Il bel gesto non gli è venuto in mente né nel 2007 con Romano Prodi quando arrivò la prima sforbiciata allo stipendio dei deputati, né l’anno scorso quando Camera e Senato tagliarono di mille euro i benefit dei parlamentari. Giorgio Napolitano, il presidente silenzioso della casta, ha preferito starsene zitto zitto e salvare non solo il suo stipendio, ma perfino gli scatti automatici previsti dalla legge..
Così da quando è stato eletto si è visto aumentare di circa due mila euro al mese il discreto appannaggio ricevuto, che ora ha raggiunto i 239.182 euro all’anno, cifra assai simile allo stipendio lordo di Nicolas Sarkozy (253.600 euro) che però fu raddoppiato tre anni orsono fra mille polemiche.
I vari governi che si sono succeduti hanno atteso che il primo cittadino d’Italia facesse almeno la mossa, chiedendo pubblicamente se non proprio di tagliare a lui come a tutti i dipendenti pubblici lo stipendio, almeno di rinunciare agli scatti automatici che recuperano l’inflazione. Ma l’attesa è stata vana.
L’unica limatura accettata da Napolitano è stata una sforbiciatina alla dotazione del Quirinale: oggi è di 228 milioni di euro, nel 2009 era di 231 milioni. I risparmi sono quasi tutti arrivati però da una rinuncia non clamorosa: la riduzione del personale comandato da altre amministrazioni.
Eppure se si vuole iniziare a tagliare i costi della politica, bisognerebbe proprio iniziare dal palazzo sul colle più alto di Roma. Perché a tutt’oggi non esiste paragone possibile con altri palazzi presidenziali di Europa: il Quirinale costa più di tutti, palazzi reali compresi. Basta per tutti l’esempio più vicino all’Italia, quello francese.
Napolitano e la sua squadra costano il doppio dello staff di Sarkozy e peraltro contano la metà. Non esiste nemmeno paragone fra i poteri che la Costituzione francese e quella italiana assegnano al presidente della Repubblica.
Eppure il Quirinale costa 228 milioni di euro all’anno e l’Eliseo 112,5 milioni. Clamorosa la differenza dei costi per il personale dipendente: 129,4 milioni per il Quirinale, e 69,5 milioni per l’Eliseo. Perfino nell’acquisto di beni e servizi spende meno la Francia per fare funzionare un’amministrazione operativa che l’Italia per fare funzionare uno squadrone la cui principale attività è quella cerimoniale.
Il presidente della casta spende come un emiro arabo e nonostante l’evidente stridore con il resto del paese, è assai geloso della segretezza dei suoi conti. Non esiste un bilancio certificato del Quirinale, non esiste una nota integrativa reale messa disposizione degli italiani, non esiste reale trasparenza di fronte a tanto scialacquare. L’unica comunicazione è contenuta nelle quattro o cinque paginette di sintesi dove in cui il segretario generale del Quirinale ogni anno illustra a grandi linee il suo bilancio.
L’ultima volta, quasi a piangere povertà, si è magnificata la riduzione del personale, spiegando come in organico oggi il Quirinale abbia solo 843 dipendenti: 74 appartenenti alla carriera direttiva, 97 alla carriera di concetto, 204 alla carriera esecutiva e 488 alla carriera ausiliaria. Oltre a questi se ne aggiungono altri 103 di fiducia portati al Quirinale come staff personale da Napolitano e con un contratto che scadrà al termine del settennato. Di questi 77 sono in posizione di comando, e 26 collaboratori a contratto. Siamo a 946 dipendenti. E non bastano. Perché chi pensa alla sicurezza del Capo dello Stato? Nessuno di quei 946 è specializzato. Il problema è vissuto anche da Sarkozy, che può disporre di 243 militari specializzati all’Eliseo. La vita di Napolitano deve essere assai più preziosa e complicata da proteggere. Perché il personale “militare e delle forze di polizia distaccato per esigenze di sicurezza” ammonta a 861 unità, compresi i 258 ammiratissimi corazzieri. In tutto fanno 1807 collaboratori, più del doppio del personale dell’Eliseo.
Della presidenza della Repubblica francese si conosce ogni segreto, del Quirinale poco o nulla. Nessuno stipendio è pubblico, nessun benefit è raccontato nemmeno per sommi capi. Ogni tanto si alza un velo su qualcosa. L’altro anno grazie a Renato Brunetta abbiamo saputo qualcosina del parco auto blu: una Lancia Thesis limousine, tre Maserati, due Lancia Thesis blindate e una Lancia Thesis di riserva., oltre alle 2 Lancia Flaminia 335 del 1961 utilizzate per le sfilate del 2 giugno. Poi ci sono 14 auto (una di proprietà e 13 in leasing) a disposizione dei Presidenti emeriti della Repubblica (Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi), del segretario generale (Donato Marra), del segretario generale onorario (Gateano Gifuni) e dei 10 consiglieri personali del presidente della Repubblica: c’è un’auto a testa senza bisogno nemmeno di fare i turni. Infine 10 auto di servizio. Oltre al parco macchine però non si sa nulla.
In Francia invece il bilancio dell’Eliseo finisce nelle mani della Corte dei Conti che gli fa le pulci. Si conosce ogni nota spesa di Sarkozy e dei suoi ospiti e perfino il costo di ogni volo blu e di ogni pasto offerto. Pizzicato sui 14 mila euro di spese personali, ha dovuto restituirli tutti sull’unghia. Ma è un altro modo di concepire la politica e la sua trasparenza.
19/07/2011
Libero.it

Indagato per una vignetta!
di Maurizio Belpietro
Caro presidente Napolitano, immagino che lei si sia molto arrabbiato per la vignetta e il servizio di Libero di ieri, che descriveva i costi del Quirinale, paragonandoli a quelli dell’Eliseo.
Apprendere che i suoi uffici spendono più del doppio di quelli francesi avendo la metà dei poteri, probabilmente, le avrà fatto andare di traverso il cappuccino.
L’irritazione deve essere salita così in alto da arrivare fino alla Procura di Milano, la quale ha prontamente aperto un fascicolo, indagandomi per vilipendio al capo dello Stato.
Noi non ci conosciamo di persona, ma da quanto mi riferiscono lei è molto suscettibile, in particolare a ciò che scrivono i giornali. La qual cosa, nonostante l’immagine da nonno della patria che le hanno cucito addosso, ai miei occhi la rende una persona molto normale. Non c’è politico che ami le critiche, neanche quelle lievi e amichevoli, e lei non fa eccezione. Capi di governo, ministri e segretari di partito vorrebbero che di loro si dicesse sempre bene, magnificandone le gesta.
Purtroppo, nel nostro caso, c’è poco da magnificare. Basta leggere i dati di bilancio del Quirinale per rendersi conto che negli anni nulla è cambiato. Nonostante le promesse, la cifra spesa per gestire il palazzo che ospita la presidenza della Repubblica continua a essere faraonica.
Quasi 230 milioni di euro, con circa duemila dipendenti, metà dei quali appartenente alle forze dell’ordine, gli altri invece costituiti da impiegati, valletti giardinieri e altro personale di servizio. Tra il 1996 e il 2006 l’aumento degli addetti che vi lavorano è stato del 35 per cento, mentre le spese, depurate dall’inflazione e quindi reali, sono cresciute del 61 per cento. Intendiamoci: non è che questo è successo per colpa sua. Lei sta sul Colle da cinque anni e non le si può imputare ciò che è accaduto prima.
Il problema è però che da quando lei ricopre l’importante incarico poco è cambiato. I dipendenti continuano a essere più di duemila e le spese il doppio di quelle di Sarkozy. Come vede non sfioro neanche la questione dell’assegno che le spetta, che pur essendo congruo (poco meno di 240mila euro lordi l’anno) nel bilancio del Palazzo incide per pochi spiccioli e non penso che alla sua età il suo interesse sia economico.
Mi limito a osservare che, nonostante gli sforzi, la residenza del capo dello Stato italiano costa più di quelle dei suoi omologhi europei, palazzi reali compresi. Ora, io non voglio darle dispiaceri, né farle andare di traverso il cappuccino. Tanto meno mancarle di rispetto: se le è parso che così fosse, anzi, me ne scuso. Il problema è che il nostro Paese è vissuto per troppo tempo al di sopra delle proprie possibilità.
I governi hanno speso a mani basse pur di mantenere il consenso. Senza mai preoccuparsi di dove trovare le risorse, hanno comprato il favore degli elettori, con il risultato che oggi ci troviamo uno dei debiti pubblici più alti del mondo e la prospettiva piuttosto concreta di una bancarotta nazionale. Dopo quanto è successo in Grecia, chi ha un grammo di cervello a questo punto ha capito che non è tempo di tergiversare e nemmeno di scherzare: è ora di ridurre le spese, rinunciando a ciò che non ci possiamo più permettere.
So bene che scriverlo è facile, mentre tradurlo in pratica è un altro paio di maniche. Come si spiega alle persone che per anni hanno occupato un posto creato dalla lottizzazione che ora quel lavoro non c’è più e devono cercarsene un altro? Come si convincono migliaia di persone che campano di politica a cercarsi un altro sistema per sbarcare il lunario? Come, soprattutto, si evita di gettare denaro dei contribuenti in opere inutili?.
Qualsiasi governo si sia azzardato a toccare la questione ha rischiato di lasciarci le penne, tanto è vero che nessuno si è mai seriamente messo all’opera per rimettere ordine nelle spese. È proprio per ciò mi rivolgo a lei. Un capo dello Stato non ha nulla da temere.
Non rischia la poltrona in quanto non è eletto: anche se scontentasse qualcuno, a fine mandato avrebbe sempre il posto da senatore a vita assicurato. Dunque non deve badare ai sondaggi e agli umori degli elettori. Avendo ormai raggiunto un’età che la mette al riparo dalle tentazioni, lei non ha neanche la necessità di far carriera o di garantirsi una tranquillità economica per la propria vecchiaia. Né deve far felice il suo partito o chi l’ha nominata. Diciamo insomma che lei è nella condizione ideale per prendere una decisione. E la decisione che le chiedo è quella di tagliare i costi del Quirinale.
Non l’uno per cento fra due o tre anni, ma il dieci subito. Rinunci a qualche auto, ai collaboratori, agli aumenti, riduca le spese generali. Insomma, sfoltisca tutto ciò che può sfoltire. Lei può farlo, basta che lo voglia. Se mi rivolgo a lei e non a Fini o a Schifani, è perché il Quirinale non deve rendere conto a un migliaio di deputati che non hanno nessuna voglia di rinunciare a un euro.
E poi perché lei è il capo dello Stato, cioè il rappresentante di tutti noi italiani. Dia l’esempio, signor presidente. Vedrà che altri seguiranno. E il Paese gliene renderà merito: sarà considerato il primo politico che ha avuto il coraggio di stringere la cinghia. E, sia detto con il dovuto rispetto, in un Paese di onorevoli papponi non è cosa da poco.
Libero.it
20.7.2011
Alla fine Napolitano ascolta Libero.
Libero-news.it
Altro che inchieste e polemiche, il presidente della Repubblica si allinea alla campagna anti-Casta e si taglia lo stipendio. Il Colle ha comunicato al ministro dell'Economia e delle finanze di rinunciare, dal 2011 e fino alla scadenza del suo mandato, all'adeguamento del suo stipendio all'indice dei prezzi al consumo.
Inoltre, restituirà al Tesoro la somma complessiva di 15.048.000 nel triennio 2011-2013, e 562.737 euro nel 2014, risparmi conseguenti all'attuazione dei decreti per l'applicazione del contributo di solidarietà sulle pensioni e per la riforma delle pensioni di anzianità. Piccolo regalo al ministro Tremonti, dunque.
Un provvedimento in linea anche con i tagli alle spese annunciati dal Senato, che consiste nel blocco del turnover, nella soppressione del meccanismo di allineamento automatico delle retribuzioni a quelle del personale del Senato, nel congelamento fino al 2013 degli importi tabellari degli stipendi e delle pensioni, nella riduzione di indennità, straordinari e ferie, e nell'aumento dell'orario di lavoro.
30.07.2011
Casta, per placare l'odio il presidente Napolitano rinuncia alle... briciole
di Cristiano Gatti
A poche ore dalla chiusura d’agosto, un annuncio clamoroso.
Il presidente Napolitano rinuncerà agli aumenti che gli spettano per contratto fino alla fine del mandato, nel 2013. Ma a conti fatti sono 68 euro al mese
Il presidente Napolitano rinuncerà agli aumenti che gli spettano per contratto fino alla fine del mandato, nel 2013. In aggiunta, il capo dello Stato fa sapere che grazie a una gestione rigorosa il bilancio del Quirinale risparmia 56 milioni nel periodo 2006-2011.
Appresa questa notizia, dovremmo sentirci tutti sollevati. Come spiegano alcuni cittadini sui vari blog, «sono segnali importanti, se non altro esprimono la volontà di invertire la rotta», «Napolitano vuole smuovere le coscienze», «sarà poco, ma meglio che nulla».
Cerchiamo di non confonderci: come nazione siamo tendenzialmente abituati a subire e a digerire di tutto, magari mugugnando in sede privata, però c’è un limite. Però non abbiamo l’anello al naso. Sentitamente la collettività ringrazia il presidente Napolitano per il gesto, ma è chiaro che tale resta. Un gesto, punto. Abituati alla finanza faraonica della casta, sappiamo bene che cosa sia un vero taglio e un vero risparmio, il vero rigore e la vera trasparenza. Li aspettiamo da una vita, quando sono reali li riconosciamo al volo.
Presidente Napolitano, senza offesa: come un succulento assist, la sua stoica rinuncia agli aumenti permette facilmente a quella carogna di «Spider Truman», il blogger flagellatore della casta, di quantificare che lei in realtà rinuncia «a 68 euro mensili» (Perfida chiosa: «Gli restano comunque all’incirca 12mila euro»). Quanto al risparmio di 56 milioni negli ultimi anni, è certo positivo: ma come dimenticare che la dotazione del Quirinale resta pur sempre di 228 milioni, contro i 112 dell’Eliseo e i 43 di Buckingham Palace, dica lei, come dimenticare…
ilGiornale 31.7.2011