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Le pensioni d'oro !
Libero.it

Mezzo milione di euro l’anno, 41.600 euro al mese, 1.369 euro al giorno: è la pensione d’oro di Felice Crosta, prima vicecommissario per l’emergenza immondizia, poi al vertice dell’Agenzia dei rifiuti della Regione siciliana.

Regione Sicilia, pensione record: 41.600 euro al mese. L'assegno d'oro di Felice Crosta, ex burocrate L’assegno record è il più alto mai erogato dai generosi vertici della Sicilia, con tanto di parere positivo della Corte dei Conti a cui l’ex burocrate si era appellato contro i soli 219 mila euro l’anno riconosciutigli da un decreto del dirigente del personale.
Tre mesi fa l’Agenzia di cui era a capo è sparita.

I suoi giorni in vecchiaia saranno praticamente vissuti nell’oro: al mezzo milione di euro all’anno di pensione si aggiungono gli arretrati e l’indennità di fine rapporto per una cifra totale di un milione e mezzo di euro. «Mi rendo conto che questa cifra possa destare curiosità, interesse, magari qualche invidia – commenta – ma è bene ricordare che non si tratta di un regalo. Sono entrato alla Regione nel 1961, mi sono laureato e ho vinto tre concorsi mentre ero in servizio».

Invidia a parte la legge approvata dall’amministrazione di Totò Cuffaro adesso fa storcere il naso dentro e fuori il palazzo della Regione. Grazie a un escamotage legale al momento dell’istituzione dell’Agenzia per i rifiuti e le acque, nel 2005, si stabilì per il direttore generale il diritto di calcolare la sua indennità come base per la pensione. I soldi che percepirà Crosta, 1.369 euro al giorno, sono esattamente il triplo dei 516 euro posti come tetto massimo nel 2003 dal Consiglio dei ministri per le pensioni obbligatorie.

Ma ora la Regione Sicilia dovrà pagare, anche se annuncia che vuole ricorrere in appello contro la vecchiaia d’oro di Crosta, il quale contento dell’ok della Corte dei Conti commenta: «Sono stati riconosciuti i miei diritti».

19.03.2010

10mila

E il Parlamento paga ancora i portaborse del Psi
di Stefano Filippi

Sprechi da Prima repubblica. La denuncia del senatore Ichino: a Palazzo Madama quaranta stipendi da 10mila euro

Un nuovo capitolo si apre nel libro nero dei costi della politica. Riguarda i collaboratori dei parlamentari e dei loro gruppi. Il senatore democratico Piero Ichino ha scoperto che le Camere continuano ancora a pagare i vecchi collaboratori dei partiti estinti, come Dc e Psi.

Soltanto al Senato ognuno di questi portaborse, in tutto una quarantina, costa al bilancio di Palazzo Madama in media 10mila euro al mese. Molti neppure lavorano. La cosa si trascina dalla stagione di Mani pulite, cioè quasi vent’anni.

In altre nazioni tutto ciò non potrebbe succedere. I collaboratori dei parlamentari vengono assunti dal soggetto pubblico: in Gran Bretagna da un’agenzia indipendente, in Germania dal Bundestag, all’Europarlamento direttamente dall’amministrazione. Il deputato non interviene. In Italia invece il parlamentare riceve per i portaborse 4mila euro che non deve rendicontare: spesso i collaboratori vengono presi in nero e pagati quattro soldi, con gravi disparità rispetto ai dipendenti dei gruppi parlamentari. Ichino ha scoperto un nuovo buco in questa giungla senza regole, che nel suo blog ha definito «l’eredità dei partiti defunti».

Si tratta di questo. Una delibera della presidenza del Senato che risale al 1993 prevede che i dipendenti delle formazioni estinte vengano riassorbiti da altri gruppi, con un rimborso mensile per ciascun portaborse che mediamente si aggira sui 10mila euro a carico di Palazzo Madama. La disposizione fu varata nella stagione del passaggio di consegne tra Pci e Pds, e della progressiva estinzione di Dc, Psi e partiti laici minori, ma non ha perso efficacia con la sparizione di Rifondazione, Verdi, Msi, e anche Pds e Ds.

Ichino, che è uno dei massimi esperti di diritto del lavoro, è intervenuto in Aula a metà giugno per portare alla luce questa situazione e il 27 luglio ha scritto una lettera al presidente Renato Schifani e a tutti i membri del gruppo Pd al Senato. Il tema è di estrema attualità in quanto le Camere stanno discutendo dei tagli al personale dei partiti in rapporto al regime economico praticato all’estero, compresi rimborsi spese e assunzioni. Il bilancio 2011-13 del Senato, secondo Ichino, prevede risparmi nell’infinitesimale misura dello 0,34 per cento.

Ma la voce «trasferimenti ai gruppi parlamentari» aumenta da 6,9 a 7,3 milioni di euro, e così pure il capitolo «contributo per il personale dei gruppi», che sale da 12,96 a 14,05 milioni.

È in questo paragrafo che si nascondono i rimborsi forfettari di 10mila euro mensili ai portaborse dei partiti che non esistono più da vent’anni, di cui Ichino denuncia «l’incongruità e l’assoluta opacità».

Per Ichino, molti di costoro nemmeno lavorano: «Risultano diversi casi di persone che, pur ricevendo regolarmente da anni lo stipendio, non mettono piede in ufficio».

prodi

Il Prodi leader di sinistra che si mette in tasca tre pensioni al mese
di MarioGiordano

Prodi prende oltre 14mila euro di pensione al mese. Anzi: pensioni. Al plurale.

Eh sì, perché il Professore di vitalizi ne incassa addirittura tre: uno da 5.283 euro come ex presidente della Commissione europea, uno da 4.725 euro come ex parlamentare e uno da 4.246 come ex professore universitario. Totale 14.254 euro lordi.

La somma lo deve imbarazzare non poco. E infatti poco tempo fa, in una dichiarazione Ansa del 24 novembre 2010, si è abbassato l’assegno previdenziale, esattamente come le donne si abbassano l’età: citava sì correttamente i 5.283 della commissione europea, ma poi parlava di 1.797 euro lordi da ex parlamentare e di 2.811 lordi come ex professore universitario, mostrando una prematura ma quantomai conveniente smemoratezza senile: in realtà quelle cifre cui lui si riferisce sono al netto. E al lordo corrispondono appunto a 4.725 (esattamente 4.725,04) e 4.246 (esattamente 4.246,43) euro mensili.

Tutti strameritati, per carità: non c’è trucco, non c’è inganno. Ma allora, perché, Professore, dire le bugie? A sfrucugliare nei meandri della previdenza italiana si fanno scoperte assai interessanti. Per esempio, il cumulo di vitalizi d’oro è una consuetudine piuttosto diffusa, anche fra coloro che fanno professione di pauperismo operaio.

Prendete il vecchio Cossutta: l’uomo dei rubli incassa una pensione Inps dal 1980, cioè dall’anno in cui a Mosca c’era ancora Breznev, Aldo Maldera era il capitano del Milan e Bobby Solo a Sanremo cantava «Gelosia». E lo sapete perché incassa quella pensione? Grazie alla famosa legge Mosca, con cui l’odiato Stato borghese ha riconosciuto a dirigenti di partito e sindacalisti contributi mai versati.

Dal 2008, poi, il tovarisc Armando di pensioni ne riceve due: all’assegno dell’Inps unisce infatti il sostanzioso vitalizio parlamentare, 9.604 euro lordi al mese, una cifra che è quasi una beffa per il compagno operaio. Ma tant’è: per non farsi mancare nulla, al momento di lasciare il Parlamento, dove aveva piantato le tende da ben 10 legislature, Cossutta ha anche incassato una liquidazione monstre pari a 345.744 euro, pudicamente definita «assegno di solidarietà». Eccome no: solidarietà. Ma con chi? Con il suo conto corrente?

Due pensioni riceve anche Luciano Violante: 9.363 euro lordi come ex parlamentare e 7.317 come ex magistrato, per un totale di 16.680 euro lordi al mese.

Tre pensioni riceve l’economista finiano Mario Baldassarri, che con Prodi condivise la famosa seduta spiritica sui colli bolognesi durante il rapimento Moro: diventato presidente della Commissione finanze, non ha fatto un gran che per risanare i bilanci pubblici, ma per quel che riguarda i bilanci privati, beh, non si può certo lamentare.

Due pensioni vanno in tasca al compagno Giovanni Russo Spena: quella parlamentare ( pari a 5.510 euro netti dal 2008) si va a sommare a quella da professore universitario (2.277 euro netti dal 2002, cioè da quando aveva 57 anni), per un totale di quasi 8mila euro netti.

Sommano una pensione all’indennità parlamentare sia Rocco Buttiglione (3.258 euro netti come professore universitario dal 2007) sia Franco Marini (circa 2.500 euro grazie alla legge Mosca dal 1991, cioè da quando aveva 57 anni).

Ancor più giovane è andato in pensione Sergio D’Antoni, deputato del Pd, vicepresidente della commissione Finanza, già sindacalista assai favorevole ai rigori sulla previdenza altrui: prende una pensione Inpdap di 5.233 euro netti al mese (8.595 euro lordi al mese, 103.148 euro lordi l’anno) dal 1º aprile 2001, cioè da quando aveva 55 anni. Ma il bello è che la pensione è stata liquidata sulla base di (udite bene) 40 anni di servizio. 40 anni di servizio? A 55 anni? E dunque D’Antoni era in università a 15 anni? E faceva già il docente? Possibile? Forse siamo davanti a un genio precoce della scienza giuridica e non ce ne siamo mai accorti?

Si badi bene: lo scandalo qui non sono tanto i 5.233 euro netti di pensione Inpdap (che pure non sono pochi per un sindacalista che ha sostenuto la necessità di tagliare le pensioni dei lavoratori) e nemmeno il fatto che essi vadano a sommarsi senza colpo ferire all’indennità parlamentare.

Furbetti delle pensioni Basta, non ci sono alibi
di Nicola Porro

Sei riforme in vent’anni non sono bastate. Tra qualche anno ci troveremo nell'imbarazzante situazione di avere due Italie anche nel mondo pensionistico e del lavoro

Con oggi sono tre giorni, che grazie a Mario Giordano parliamo dei furbetti delle pensioni. La lista è lunga e la continueremo a compilare. Dopo sei riforme in venti anni, occorre farne una ulteriore che renda il sistema più equo e che corregga alcune macroscopiche storture che arrivano dal passato.

Quello delle pensioni è uno scandalo per tre motivi principali.
1. Alcuni privilegiati si beccano assegni da nababbi, sostanzialmente a spalle della collettività.
2. Circa la metà dei pensionati italiani (che sono 18 milioni) deve invece fare i conti con pensioni inferiori ai 500 euro.
3. L’Italia (dati Ruef del 2010) spende per la previdenza il 15,4 per cento della ricchezza che produce e incassa il 14 per cento.
Insomma ballano una ventina di miliardi di euro, che ogni anno si coprono grazie ad imposte sulla collettività.

IlGiornale.it

fini

La doppia morale del presidente della Camera.
di Emanuela Fontana

La doppia morale del presidente della Camera: predica la riduzione dei costi, ma ieri ha bloccato una norma che mirava a riformare le pensioni dei deputati

La difesa della casta è qualcosa di politicamente molto scorretto, adesso. E chissà, Gianfranco Fini non ha calcolato forse il rischio di esporsi «a gamba tesa», come accusa l’Italia dei Valori, a tutela dei privilegi. All’ordine del giorno dell’Idv, che chiedeva di abolire per sempre il vitalizio dei deputati, il presidente della Camera ha risposto con uno stop: «inammissibile». Non è possi­bile, ha detto, perché è «incostituzionale ».

Non ha calcolato Fini in che guaio è andato a infilarsi con questo «no» scandito in ufficio di presidenza.

L’Italia dei Valori ha subito annunciato di non votare il bilancio interno della Camera, ma soprattutto questo rifiuto all’abolizione del vitalizio, privilegium privilegiorum , ri­suona davvero come una mossa da rappresentante integralista della casta, e non certo come un comportamento da buon riformatore dei vizi di palazzo.(...)

«L’ufficio di presidenza di Montecitorio ha deliberato la sostituzione dell`attuale istituto del vitalizio a decorrere dalla prossima legislatura , con un nuovo sistema previdenziale, analogo a quello previsto per la generalità dei lavoratori ».

Insomma , la stangata degli assegni perpetui riguarderà i prossimi parlamentari. E sarà affare del futuro presidente della Camera.

IlGiornale.it

 

 

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