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Bankitalia tempio del rigore? E' tutto un magna magna
di Franco Bechis
Funziona tutto alla rovescia tra le mura di via Nazionale. A Palazzo Koch si tuona contro gli italiani chiedendo sacrifici. Ma lì gli stipendi aumentano - la media è di 115 mila euro - e nel 2011 i baby pensionati sono già arrivati a quota 56
Quando hanno letto il testo definitivo del decreto legge di agosto, in Banca d’Italia sono corsi in mensa.... Ma i aprimi di agosto sono volati i tappi di quegli spumanti. Perché nel decreto per gran parte dei dirigenti e dei funzionari di via Nazionale c’era una buona notizia: quella del contributo di solidarietà sui redditi sopra i 90 e i 150 mila euro. Per tutti gli altri italiani è stata una mazzata. Per i guardiani del rigore dei conti pubblici nazionali, no.
A loro quel prelievo del 5% (sopra i 90 mila euro) e del 10% (sopra i 150 mila euro) era già scattato fra la fine del 2010 e l’inizio del 2011 sulla base di un decreto legge del 31 maggio 2010 che tagliava gli stipendi più alti dei dipendenti pubblici.
Banca d’Italia ha la sua autonomia, e non è che il taglio sia scattato in automatico in via Nazionale. Ma di fronte al pressing dell’opinione pubblica e anche per essere coerente con le proprie prediche, il governatore Mario Draghi decise di estendere in quel territorio riservato la legge che nel resto d’Italia valeva per tutti i dipendenti pubblici. Con il nuovo decreto però le norme a cui Draghi e i il direttorio facevano riferimento, sono state abrogate. Per questo si è stappato lo spumante in banca: i tagli dei loro stipendi sono salvi. E anche quel che finora è avvenuto dovrà essere restituito.
Certo, anche lì come accadrà a tutti gli altri italiani, si dovrà pagare il contributo di solidarietà. Ma anche nella peggiore delle ipotesi sarà più leggero: è deducibile (i tagli precedenti non lo erano) e quindi verrà dimezzato. Può essere che venga ulteriormente alleggerito durante il passaggio parlamentare, magari verrà calibrato secondo il quoziente familiare, può anche essere che salti tutto o in parte. La notizia quindi è certa: le buste paga in Bankitalia verranno rimpinguate, e non di poco.
Funziona tutto a rovescio lì fra le mura di via Nazionale. Si passa il giorno a tuonare contro il resto del Paese che vive al di sopra delle sue possibilità, e in Banca di Italia la possibilità crescono, si allargano a dismisura, sembrano più vicine a quelle di una corte reale che ai già generosi palazzi contigui della Repubblica. Il bando sui servizi di ristorazione che regola la pagnotta quotidiana sia nelle foresterie dei piani nobili che nelle più ordinarie mense sembra essere nato da Buckingham Palace e non da quel severo custode del rigore e del risparmio pubblico che la Banca d’Italia è, almeno nell’immaginario collettivo. Potrebbe trattarsi solo di uno sfizio, o di una particolare estrema attenzione alla buona alimentazione. Ma non è un caso isolato: il mondo capovolto sembra davvero essere la regola in via Nazionale.
Basta prendere i contratti del personale. Anche lì i sindacati come ovunque si lamentano ogni tre per due. Eppure l’ultimo ha regalato scatti trasversali che si sognano altri dipendenti del settore pubblico e di quello privato, facendo lievitare oltremodo la spesa per il personale. Nel 2009 la media degli stipendi pro capite in Banca di Italia era di 93.800 euro. L’anno scorso è salita a 95.900 euro. Con gli oneri accessori il dato medio delle retribuzioni è stato addirittura di 114.900 euro. Non ci sono molti altri posti dove si possano vantare buste paga medie così elevate. Le prediche del Governatore dunque sono assai efficaci fuori, un po’ meno dentro le mura.
Non molto diverso il doppio concetto che in Banca di Italia si ha del welfare. Quello italiano dovrebbe tirare la cinghia, ridurre la spesa sanitaria e quella pensionistica, alzando l’età del meritato riposo. All’interno della Banca il concetto è capovolto. Nel 2010 sono state mandate via 511 persone, e buona parte di queste (uno su tre) grazie agli scivoli (53 milioni di euro) pagati dalla banca verso il pensionamento anticipato di anzianità. In bilancio sono stati subito accantonati ulteriori 23 milioni e nel primo bimestre 2011 altri 119 se ne sono andati via dalla banca centrale, e la metà (56) si sono presi lo scivolo verso la pensione di anzianità. Quindi lì si fa quel che si vorrebbe (giustamente) vietare al resto di Italia.
Non male a proposito di welfare anche l’ultimo accordo sottoscritto dai dipendenti sulla assistenza sanitaria. La polizza assicurativa attuale costava 1.180 euro all’anno: 830 li metteva la banca centrale, e 350 ciascun dipendente. La nuova formula sottoscritta a luglio allarga il campo delle prestazioni, prevede una polizza base di 1.250 euro, di cui 1.180 saranno a carico della banca e solo 70 pagate dai dipendenti. E’ come se nella sistema sanitario nazionale invece di mettere i ticket ai cittadini si fossero allargate invece le prestazioni a carico dello Stato.
Nel mondo che vive alla rovescia, mentre l’Italia tira la cinghia e vive preoccupata dalla crisi, in Banca d’Italia i dipendenti hanno una sola preoccupazione: le promozioni a condirettore e gli avanzamenti di carriera per cui da settembre saranno sottoposti a prove di valutazione che ritengono troppo stringenti. Ma di promozioni dicono che c’è gran bisogno: fin qui nel 2011 hanno avuto lo scatto di grado solo 95 dipendenti e da un po’ di tempo non si stava largheggiando. 69 promozioni nel 2010, 79 nel 2009, 92 nel 2008, 78 nel 2007. Certo, uno lavora tutto il giorno senza mai protestare e si immagina di potere fare carriera un po’ più velocemente. Se Draghi era di manica corta, magari il suo successore largheggerà un po’...
21.08.2011 Libero-news.it
I CARI ESTINTI ancora succhiano sangue!
di Fosca Bincher
Sulla carta non esistono più almeno da un paio d’anni. Assorbiti da Pd, Pdl, Sel e dai nuovi partiti. Ma come gli zombie anche quest’anno i partiti che non ci sono più (Margherita, Ds, Forza Italia, An e perfino Unione, Ulivo, Rosa nel pugno, Casa delle libertà etc...) escono dalle loro tombe dorate prendendo al volo quel contributo che misteriosamente e generosamente lo Stato ancora concede a loro.
Mica uno scherzo: gli zombie della politica hanno portato via al guardiano delle finanze pubbliche, Giulio Tremonti, anche nell’ultimo anno 63 milioni di euro. E pensate un po’ che la parte del leone- 15 milioni pappati in un solo boccone, l’ha fatta l’Ulivo di Romano Prodi, formazione politica che sembrerebbe appartenere all’archeologia della prima Repubblica.
Alle sue spalle a sinistra c’è anche la Margherita di Francesco Rutelli (terzo posto), ancora in grado di prendersi poco meno di 12 milioni di euro. E leggere quel bilancio per il povero Rutelli deve essere stato un colpo al cuore.
Pubblicato come tutti quelli dei partiti politici secondo la legge sui quotidiani di partito e non entro il 30 giugno scorso, il conto economico della Margherita per ironia della sorte è finito nella pagina a fianco del bilancio 2010 dell’Api, la nuova formazione politica di Rutelli. La Margherita era il secondo partito del centrosinistra, Api è poco più di una pallida apparizione nel nuovo firmamento: messi uno di fronte all’altro fanno impressione. Perché lo Zombie potrebbe avere di fronte a sé ben più futuro del minuscolo Api.
La Margherita, lungi dall’essere scomparsa, spende ancora 14,4 milioni di euro all’anno che per un caro estinto è una bella sommetta. Ha personale a proprio carico ancora per 1,7 milioni di euro all’anno e soprattutto ha ancora fieno in cascina per 25,8 milioni di euro, circa 100 volte il patrimonio di Api.
L’ex partito di Rutelli non è l’unico caro estinto a godere di ottima salute. Il primato dello zombie resuscitato a tutto tondo spetta naturalmente ad Alleanza Nazionale. Pur essendo in via di scioglimento traghettato verso una fondazione, il partito della destra storica italiana ha incassato ancora dallo Stato 12,7 milioni di euro, spendendone meno della metà (5,3 milioni). Il patrimonio netto (il fieno in cascina per continuare a uscire dalla tomba e vivere alla grande) ammonta a 83,5 milioni di euro.
Una somma che da sé consente di rifondare un partito. Buona salute anche per un quasi-caro estinto come Rifondazione comunista, orfano di Fausto Bertinotti e secondo i più destinato ormai a sposarsi con il Sel di Nichi Vendola. Può contare su 17,7 milioni di euro messi da parte, e nell’ultimo anno ha anche preso dallo stato 6,6 milioni di euro.
Entrate che rendono irrilevante il debito bancario a breve e medio termine, che ammonta a 1,5 milioni di euro. Più a rischio invece la Federazione dei Verdi di Angelo Bonelli e dove un tempo il leader era Alfonso Pecoraro Scanio: ha patrimonio per 3,6 milioni di euro e debiti con le banche per 2,3 milioni.
La sinistra estrema non ha più posto in parlamento ma conta ancora su una nutrita serie di sigle: oltre a Rifondazione e Verdi ci sono ancora sinistra arcobaleno, Pdci, Sinistra europea e sinistra democratica tutti foraggiati dallo Stato.
Anche i socialisti sono scomparsi solo sulla carta: vivono e prendono da tutti noi un po’ di soldini il Psi, lo Sdi e la Rosa nel Pugno. I due colossi che hanno fondato la Seconda Repubblica hanno invece ossa assai rotte.
Forza Italia non ha preso più contributi dallo Stato, ma è viva: spende 13,6 milioni e soprattutto ha un patrimonio netto negativo di 34,2 milioni e debiti con le banche per poco meno di 43 milioni.
A non farla fallire ci pensa Silvio Berlusconi, che ha concesso di tasca sua fidejussioni a garanzia per 178,9 milioni di euro.
I Democratici di sinistra non hanno alle spalle un Berlusconi e navigano in acque assai più agitate. Dallo Stato hanno ancora ricevuto un contributo da 9,4 milioni. Ma il patrimonio netto è negativo per 136 milioni di euro e i debiti con le banche ammontano a 180 milioni.
Grazie a loro il crack degli zombie incombe su Tremonti ancora per circa 260 milioni di euro. Prima o poi bisognerà pagarli.
04.07.2011-Libero-news.it
L'ultimo spreco del Senato: affittati 2mila computer per mille dipendenti
di marco Zucchetti
L'importo dell'operazione supera i 4 miliardi (più iva): un lotto di 2.100 postazioni per i 322 eletti e le 1.029 persone in organico. La gara d'appalto aggiudicata poco prima della caduta di Prodi
Questo prevede l’aggiudicazione della gara di appalto pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea. Una gara indetta a novembre 2007 ma che ha visto un vincitore solo il 23 aprile, a XV Legislatura già conclusa, così da sembrare un po’ l’ultimo regalo di Franco Marini.
Peccato che i dipendenti dislocati nei vari palazzi del Senato siano ufficialmente 1.029 tra consiglieri, stenografi, segretari, coadiutori, assistenti e personale a contratto; questi, sommati ai 315 senatori eletti alle ultime Politiche e ai 7 senatori a vita, fanno 1.351 «lavoratori» che gravitano intorno a Palazzo Madama.
E i 750 computer in esubero? Mentre l’ufficio appalti diretto da Romano Ferrari Zumbini rimanda la competenza ad altri settori («le necessità quantitative sono stabilite dall’ufficio informatico»), è l’ufficio stampa del Senato a chiarire: i pc «di troppo» sono destinati a «portaborse e collaboratori dei senatori e delle Commissioni».
In pratica a tutta la truppa al seguito dei vari gruppi parlamentari. Che da questi gruppi percepisce lo stipendio. E pazienza se i gruppi nella neonata Legislatura sono solo 7 a fronte degli 11 di quella precedente. D’altronde da anni sentiamo parlare del digital divide che penalizza chi non ha accesso a un computer: toccherà ben alle istituzioni dare il buon esempio per combatterlo, no?

E il Parlamento paga ancora i portaborse del Psi
di Stefano Filippi
Sprechi da Prima repubblica. La denuncia del senatore Ichino: a Palazzo Madama quaranta stipendi da 10mila euro
Un nuovo capitolo si apre nel libro nero dei costi della politica. Riguarda i collaboratori dei parlamentari e dei loro gruppi. Il senatore democratico Piero Ichino ha scoperto che le Camere continuano ancora a pagare i vecchi collaboratori dei partiti estinti, come Dc e Psi.
Soltanto al Senato ognuno di questi portaborse, in tutto una quarantina, costa al bilancio di Palazzo Madama in media 10mila euro al mese. Molti neppure lavorano. La cosa si trascina dalla stagione di Mani pulite, cioè quasi vent’anni.
In altre nazioni tutto ciò non potrebbe succedere. I collaboratori dei parlamentari vengono assunti dal soggetto pubblico: in Gran Bretagna da un’agenzia indipendente, in Germania dal Bundestag, all’Europarlamento direttamente dall’amministrazione. Il deputato non interviene.
In Italia invece il parlamentare riceve per i portaborse 4mila euro che non deve rendicontare: spesso i collaboratori vengono presi in nero e pagati quattro soldi, con gravi disparità rispetto ai dipendenti dei gruppi parlamentari.
Ichino ha scoperto un nuovo buco in questa giungla senza regole, che nel suo blog ha definito «l’eredità dei partiti defunti».
Si tratta di questo. Una delibera della presidenza del Senato che risale al 1993 prevede che i dipendenti delle formazioni estinte vengano riassorbiti da altri gruppi, con un rimborso mensile per ciascun portaborse che mediamente si aggira sui 10mila euro a carico di Palazzo Madama. La disposizione fu varata nella stagione del passaggio di consegne tra Pci e Pds, e della progressiva estinzione di Dc, Psi e partiti laici minori, ma non ha perso efficacia con la sparizione di Rifondazione, Verdi, Msi, e anche Pds e Ds.
Ichino, che è uno dei massimi esperti di diritto del lavoro, è intervenuto in Aula a metà giugno per portare alla luce questa situazione e il 27 luglio ha scritto una lettera al presidente Renato Schifani e a tutti i membri del gruppo Pd al Senato.
Il tema è di estrema attualità in quanto le Camere stanno discutendo dei tagli al personale dei partiti in rapporto al regime economico praticato all’estero, compresi rimborsi spese e assunzioni.
Il bilancio 2011-13 del Senato, secondo Ichino, prevede risparmi nell’infinitesimale misura dello 0,34 per cento. Ma la voce «trasferimenti ai gruppi parlamentari» aumenta da 6,9 a 7,3 milioni di euro, e così pure il capitolo «contributo per il personale dei gruppi», che sale da 12,96 a 14,05 milioni.
È in questo paragrafo che si nascondono i rimborsi forfettari di 10mila euro mensili ai portaborse dei partiti che non esistono più da vent’anni, di cui Ichino denuncia «l’incongruità e l’assoluta opacità».
Ora alcuni parlamentari del Pd hanno presentato un ordine del giorno in cui chiedono di abrogare la delibera presidenziale del 1993 per impedire «l’assegnazione ai gruppi di finanziamenti aggiuntivi in funzione dell’assorbimento del personale già dipendente di gruppi estinti».
In base ai dati forniti dalla Stampa, il gruppo dei senatori Pdl dovrebbe disporre di 21 dipendenti pagati da Palazzo Madama mentre ne ha 30; il Pd 18 invece di 24; la Lega 9 (ne ha a disposizione 10); il gruppo Udc-Svp-Autonomie 7 e non 12; l’Italia dei Valori vedrebbe addirittura dimezzato il proprio personale, che scenderebbe da 12 a 6. Infine il gruppo misto: esso è composto da 21 senatori e attualmente ha a libro paga 21 portaborse (uno per ogni parlamentare) mentre senza la leggina del ’93 dovrebbe contare su 8 dipendenti.
Per Ichino, molti di costoro nemmeno lavorano: «Risultano diversi casi di persone che, pur ricevendo regolarmente da anni lo stipendio, non mettono piede in ufficio».
2.8.2011