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Doppiogiochisti . I senatori hanno un piano. Così bloccheranno i tagli alla Casta
di Franco Bechis
Il dimezzamento dei parlamentari non si farà mai. Sostengono il provvedimento ma tra loro parlano di misura "populista".
Dimezzare i parlamentari? I parlamentari nemmeno ci pensano. Dopo il lungo balletto delle promesse e delle dichiarazioni, è arrivata l’ora della verità davanti alla commissione affari Costituzionali del Senato, presieduta da Carlo Vizzini. Il finto taglio delle province è stato assegnato alla Camera, il presunto dimezzamento dei parlamentari è finito proprio lì. Si tratta della stessa commissione che a luglio era insorta all’unanimità contro il governo e perfino contro Libero quando si è ipotizzato di tagliare gli stipendi della casta. Dare allo stesso gruppo il compito di dimezzare i parlamentari ha le stesse probabilità di successo dell’insegnare a un leone le prelibatezze di un menù vegetariano. E si è visto subito mercoledì 14 settembre, quando mezzo Pdl in commissione ha fatto a pezzi ogni proposta di taglio dei parlamentari. Ha iniziato il siciliano Antonio Battaglia, di Termini Imerese, alla sua quinta legislatura, essendo in Parlamento dal 1994: è lui - come spiega il riassunto dei lavori della commissione che “contesta l’opportunità di ridurre il numero dei parlamentari sotto la spinta emotiva dell’opinione pubblica, che spesso trascende in atteggiamenti antipolitici, e stigmatizza il comportamento dei partiti che si preoccupano di recepire quella protesta con motivazioni effimere e demagogiche”.
Battaglia naturalmente vuole una riforma del Parlamento, ma non “ispirata da pressioni irrazionali e da un pregiudizio antiparlamentare” e vuole che il governo non avanzi proposte: ci penseranno deputati e senatori. Con che spirito è chiaro dalle sue parole. Che non sono affatto isolate nella maggioranza.
Ecco che salta su il solito ex sindacalista dei poliziotti, Filippo Saltamartini, oggi fiero di fare parte della casta. È proprio tranchant: “le proposte di ridurre il numero dei parlamentari hanno un significato populista e demagogico: semmai si dovrebbe promuovere un rinnovamento della classe dirigente, composta da persone che detengono il potere politico ormai da troppi anni”. Pochi banchi più in là prende la parola il pidiellino friulano Giuseppe Saro, ex agronomo alla sua terza legislatura. Spiega che tanto si sta parlando di aria fritta, in modo “accademico, a causa della prevedibile fine anticipata della legislatura che alcune forze politiche potrebbero preferire all’ipotesi di ridurre i componenti delle Camere”. In ogni caso Saro non condivide “una riduzione drastica nel numero dei parlamentari”, aggiungendo che “non è opportuno procedere a una riforma della composizione delle Camere sotto la spinta di slogan demagogici e della pressione dei mezzi di informazione, perché vi è un effettivo rischio di riduzione dei presidi della democrazia”.
Parolone forti, ma non sono da meno quelle che nella stesa commissione ha pronunciato l’avvocato spoletino ex An, Domenico Benedetti Valentini: “il tema non dovrebbe essere trattato in un clima condizionato dalle pressioni irrazionali dell’opinione pubblica, alimentate e strumentalizzate da alcuni mezzi di informazione, come dimostra la recente proposta - venuta addirittura dal Governo - di penalizzare sotto il profilo economico i parlamentari che svolgono attività professionali”. Insomma, il palazzo brucia ed evidentemente gli occupanti non se ne rendono conto, si asserragliano dentro e provano a passare una nottata che è sempre più lunga.
E non è che le opposizioni stiano provando a ribaltare la situazione! Anzi, il Pd non ha trovato nulla di meglio che proporre una commissione nella commissione per occuparsi di riforme istituzionali, che è la strada più certa per non fare nulla. La Lega parla attraverso il suo ministro, Roberto Calderoli, che ha già annunciato: «Noi le cose le abbiamo fatte, non annunciate. Il mio ddl dimezza i parlamentari». Quel ddl in realtà è ancora in bozza, taglia 445 posti e ne lascia 500 (quasi dimezzati), ma contiene mille altre norme: non verrà mai approvato.
Il relatore a palazzo Madama, Gabriele Boscetto (Pdl), ha perfino messo le mani avanti ricordando che due legislature fa fu approvato sì un progetto che aveva anche la riduzione dei parlamentari (poi bocciato dal referendum), ma disponeva un differimento fino al termine della legislatura successiva. Cioè non si fa, ma se mai si facesse il taglio dei parlamentari, è meglio prevederlo dal 2018 in poi...
16.09.2011 - Libero-news.it
La supersfida Camera-Senato: pranzo, dove si paga di meno? Duello a colpi di ribassi: la spunta Palazzo Madama, la 'caritas' degli onorevoli.
Gli altri piangono: "Costa di più!". Sì, due...euro
di Caterina Maniaci
Altro che il Circolo di San Pietro o la mensa della Caritas. I prezzi stracciati per mandar giù qualche boccone si trovano ad altri indirizzi: a Palazzo Madama e a piazza Montecitorio.
Tutti e due rigorosamente al centro di Roma e quindi bisogna arrivare fin qui. Poi, bisogna anche avvertire che introdursi nei suddetti palazzi non è proprio facile, ma neppure impossibile. Basta conoscere un senatore o un deputato. Cosa molto più semplice, vista la loro quantità e anche il numero delle ore che passano fuori dal Parlamento. E poi si può scegliere. Visto che dopo aver divulgato il menu di palazzo Madama ora il web butta in pasto al pubblico - affamato anche di vendetta - la carta del ristorante di Montecitorio. Anche alla Camera si mangia a «prezzi stracciati». E ovviamente gli euro sborsati dagli onorevoli non bastano a pagare le spese.
Qualcuno - dopo quello del Senato - ha trafugato anche un menu del ristorante dei deputati e lo ha pubblicato tale e quale. A Montecitorio i prezzi sono più alti, è la debole linea di difesa dei diretti interessati. Effettivamente, qualche centesimo, addirittura qualche euro in più viene imposto alle esauste tasche dei salassati deputati. I quali potrebbero farsi un giro nei supermercati, per non parlare dei bar. Qualche esempio: alla “mensa” di Montecitorio un piatto di pasta varia dai 2 euro, quella con patate e zucchine, ai 5 e 30 del risotto con gamberi e pachino. Quanto costerebbe questo piatto al ristorante? Non meno di 12-15 euro. E via di questo passo con i secondi che variano dai 4 euro di una leggera insalata di pollo ai 5 e 30 del carrè di agnello al forno. Insomma, prezzi fuori mercato. Si faccia la prova: un pranzo composto di primo e secondo (lasciamo da parte antipasti e dolci, lussi ormai inconcepibili), in un’osteria periferica a Roma viene a costare non meno di 20-25 euro. Ad essere fortunati. A chi scrive, un piatto di spaghetti con mezza bottiglia di acqua minerale, più un caffé, è costato 21 euro, in un modesto ristorante dalle parti di via Nazionale.
Di quel che si mangia al Senato è già noto e stranoto. Per non ripetere, ricorderemo soltanto il dato che per ogni coperto del ristorante si deve raddoppiare la cifra corrisposta dai commensali. L’operazione costa ai contribuenti circa 1.200.000 euro l’anno. Una realtà svelata dal deputato dell’Idv Carlo Monai al settimanale l'Espresso. Il web ha ripreso la foto del menu: apriti cielo. Gli indignatos si sono riversati a migliaia sui siti e blog vari. Commenti a valanga, con toni che attraversano tutta la gamma dei sentimenti possibili: dall’ironia, allo sberleffo, alla furia selvaggia. Prevedibilmente si ripeterà il copione per il menu della Camera, con una nuova svalangata di insulti e appelli all’arrembaggio.
Per tentare di arginare l’ondata di ira popolare, sono in vista rincari al ristorante del Senato. Già previsti dal bilancio interno, per la verità, è proprio in questi momenti “caldi” che l’ufficio stampa del Senato si affretta a ricordare che «in sede di approvazione del bilancio interno è stato approvato un ordine del giorno specifico (G100) che intende porre a carico degli utenti del ristorante del Senato il costo effettivo dei pasti consumati». E si fa anche sapere che «il presidente del Senato, Renato Schifani, ha già invitato i senatori Questori ad assumere nel più breve tempo possibile tutte le necessarie iniziative e decisioni». In effetti, è meglio fare in fretta. Gli indignatos nostrani potrebbero assediare il Parlamento. Se non altro, per sedersi a tavola.
13.08.2011
Fini: "Taglio vitalizi? No quelli acquisiti, solo i futuri"
www.tg1.rai.it
Per il presidente della Camera ordini del giorno inammissibili perché in contrasto con principi dell'ordinamento. E poi: "Forze politiche valutino conseguenze iniziative legislative".
ROMA - Il presidente della Camera Gianfranco Fini ritiene inammissibili gli ordini del giorno al bilancio che prefigurano interventi per bloccare i vitalizi acquisiti dai parlamentari perché sarebbero in contrasto con i principi generali dell'ordinamento.
Per quanto riguarda il futuro, Fini, intervenendo durante la seduta dell'ufficio di presidenza ha quindi chiesto alle forze politiche (e lo ritiene doveroso),''a prescindere da qualsiasi giudizio di merito'', di valutare conseguenti iniziative legislative
martedì, 02 agosto 2011
Il paladino della casta è Gianfranco Fini . Ha
salvato i vitalizi...
di Emanuela Fontana
La doppia morale del presidente della Camera: predica la riduzione dei costi, ma ieri ha bloccato una norma che mirava a riformare le pensioni dei deputati
La difesa della casta è qualcosa di politicamente molto scorretto, adesso. E chissà, Gianfranco Fini non ha calcolato forse il rischio di esporsi «a gamba tesa», come accusa l’Italia dei Valori, a tutela dei privilegi. All’ordine del giorno dell’Idv, che chiedeva di abolire per sempre il vitalizio dei deputati, il presidente della Camera ha risposto con uno stop: «inammissibile». Non è possibile, ha detto , perché è «incostituzionale ». Non ha calcolato Fini in che guaio è andato a infilarsi con questo «no» scandito in ufficio di presidenza. l’Italia dei Valori ha subito annunciato di non votare il bilancio interno della Camera, ma soprattutto questo rifiuto all’abolizione del vitalizio, privilegium privilegiorum , risuona davvero come una mossa da rappresentante integralista della casta, e non certo come un comportamento da buon riformatore dei vizi di palazzo.(...)
«L’ufficio di presidenza di Montecitorio ha deliberato la sostituzione dell`attuale istituto del vitalizio a decorrere dalla prossima legislatura, con un nuovo sistema previdenziale, analogo a quello previsto per la generalità dei lavoratori ».
Insomma,la stangata degli assegni perpetui riguarderà i prossimi parlamentari. E sarà affare del futuro presidente della Camera.
3.8.2011
IlGiornale.it

Adesso Fini salva la Fondazione di Montecitorio Soldi a Bertinotti per avere un futuro garantito
di Fabrizio De Feo
Il presidente ha "salvato" l'istituto che garantisce un ufficio agli ex che non vengono rieletti in futuro.
Lo stop alla proposta di Laboccetta ci è costato 15 milioni di euro, ma 446 deputati hanno votato per continuare con gli sprechi
Roma - Corre molta differenza tra uno slogan e un’azione concreta. E così, nella stagione in cui tutti o quasi i politici si sintonizzano su parole d’ordine assolutamente obbligate alla luce del momento economico che stiamo vivendo - «tagliare le spese non necessarie», «ridurre i costi della politica», «favorire la trasparenza del trattamento economico riservato agli eletti» - nella prassi dei voti parlamentari le cose vanno in maniera differente.
L’ultimo caso di resistenza delle Camere alla messa in pratica dei buoni propositi si è verificato ieri nel corso della discussione sul bilancio interno di Montecitorio. Un appuntamento parlamentare di quelli che rivestono un inevitabile significato simbolico e diventano cartina di tornasole della reale volontà dei rappresentanti del popolo di imboccare la via dell’austerità. Alla prova dei fatti i deputati sono incappati in almeno un paio di bucce di banana. La prima scivolata è avvenuta sul voto con il quale è stato bocciato il tentativo di Amedeo Laboccetta di imporre la chiusura della Fondazione Camera dei Deputati. Il combattivo parlamentare napoletano ce l’ha messa tutta. Ha sollecitato più volte un intervento del presidente della Camera, Gianfranco Fini, e dell’ufficio di presidenza. Alla fine, a forza di insistere, è riuscito a portare in Aula la richiesta di abolizione di quello che, a suo dire, può essere considerato a tutti gli effetti «un ente inutile». Risultato: proposta respinta con 446 voti contrari, 57 favorevoli e 30 astenuti.
Alla fine il commento di Laboccetta è segnato dall’amarezza e dalla delusione. «Con questo voto Fini ha salvato la poltrona del compagno Fausto Bertinotti di presidente della Fondazione Camera dei Deputati.
La Camera poteva impegnare subito l’ufficio di presidenza di Montecitorio per fare in modo che si sciogliesse la Fondazione, voluta dal presidente Casini nel 2002, ente sostanzialmente inutile e costoso che ha già gravato sui nostri bilanci per circa 15 milioni di euro, buono solo per far rimanere nel giro gli ex presidenti della Camera non rieletti deputati». Il deputato del Pdl, comunque, non si dà per vinto. «Nel voto 86 parlamentari hanno votato in difformità rispetto alle indicazioni dei loro gruppi. Fini dovrà tenerne conto. Lo scioglimento della Fondazione è solo rinviato.
Questo spreco di denaro pubblico non può continuare visto che le iniziative di promozione e immagine della Fondazione potrebbero essere tranquillamente svolte direttamente dalla Camera stessa. Peraltro non mi risulta che il Senato abbia costituito una Fondazione con compiti simili e questo ne comprova l’inutilità».
La sortita di Laboccetta non è, però, l’unica ad essere rispedita al mittente. Nelle stesse ore la parlamentare radicale Rita Bernardini, da sempre in prima linea nel fare le pulci a spese e comportamenti dei rappresentanti delle istituzioni, tenta di sottoporre all’aula un ordine del giorno con il quale chiede la pubblicazione sul sito della Camera - senza preventiva liberatoria da parte dei parlamentari - di tutte le informazioni riguardanti l’anagrafe patrimoniale e le spese elettorali sostenute dai deputati. Fini, però, dichiara inammissibile la richiesta e chiude la questione sul nascere.
Finora, alla faccia della trasparenza in politica, solo 107 deputati (tra cui i ministri Brunetta e Frattini) su 630 hanno concesso il via libera alla pubblicazione online della propria dichiarazione dei redditi. Il documento è altrimenti consultabile un solo giorno all’anno. «È dal 2008 che come Radicali ci stiamo battendo per la trasparenza» spiega Bernardini. «Pubblicando online i dati patrimoniali dei parlamentari sarebbe possibile farsi un’idea dell’operato di chi ci governa in maniera trasparente e responsabilizzare le loro scelte. Tuttavia, appellandosi alla privacy, deputati e senatori si sono potuti rifiutare di rendere pubblici questi dati. Ma noi non ci fermiamo di certo. È stata ad esempio respinta la nostra richiesta di dare pubblicità alla dichiarazione dei contributi versati ai partiti. Ebbene ci penseremo noi a farlo e metteremo online tutti i contributi ai partiti dal 2003 ad oggi».
IlGiornale.it 4.8.2011

Non taglia e si rimborsa tanto .Fini ci deve 100mila euro.
di Franco Bechis
Risparmi di facciata. Il presidente della Camera si intasca spese per alloggi e voli a Roma. Dove vive da un pezzo .
E' un caso evidente per capire dove i costi della politica siano necessari per l’esercizio della democrazia, come rivendicano con orgoglio i parlamentari che ieri hanno approvato il bilancio della Camera che prevede 150 milioni di tagli in tre anni ai costi della politica, e dove invece quei costi siano solo ipocrisia beffarda verso i cittadini.
Il caso è quello di Gianfranco Fini, presidente della Camera. Proprio lui avrebbe potuto mostrare il colpo d’ala in questi giorni in cui si discuteva il taglio delle spese della Camera dei deputati. E non l’ha fatto, pur avendo a disposizione quasi 100mila euro netti all’anno che i cittadini gli versano in modo quanto meno ingiustificato. Non si tratta dello stipendio, ma di rimborsi spesa per spese che Fini non ha.
Intendiamoci, Fini non si comporta diversamente da tutti i suoi predecessori, né diversamente da decine di parlamentari che quei rimborsi ottengono senza spendere e senza giustificazione logica che li possa motivare. Ma il presidente della Camera è il capo della truppa, e da lì si pretenderebbe il buon esempio, che è arrivato ad esempio dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Non si tratta nemmeno di tagliare il suo stipendio, che pure è generoso.

Fior d’affitto - Ma almeno ci si sarebbe attesi da Fini il buon esempio della rinuncia volontaria dei rimborsi ottenuti per spese che lui non sostiene. Cominciamo dalla diaria. Oggi ammonta a 3.503,11 euro al mese perché in versione ridotta fino al 2013. Poi tornerà a salire di 500 euro al mese, a 4.003,11. Come lo stesso sito Internet della Camera dei deputati spiega la diaria “viene riconosciuta, a titolo di rimborso delle spese di soggiorno a Roma”.
È comprensibile quindi che sia percepita da un deputato residente a Milano, a Palermo, a Venezia o a Bari. Eletto a Roma, ha bisogno per andare alle sedute parlamentari di affittare un appartamento, un residence o una stanza d’albergo per soggiornare nella capitale. Ma Fini, che a Roma vive, che spesa di soggiorno ha per andare in piazza Montecitorio?
Quei 3.503 euro da lui percepiti rimborsano dunque una spesa che non sostiene. Sono una sorta di mutuo che gli italiani pagano a Elisabetta Tulliani, la proprietaria della casa dove Fini risiede con la famiglia. Che senso ha? Sono 40mila euro all’anno (quasi 50mila dal 2013), non una bazzecola. Ed è una non-spesa che gli italiani rimborsano non solo a Fini, ma a una cinquantina di deputati residenti a Roma e a qualche decina di senatori che si trova nella stessa identica condizione. Non era un bel segnale iniziare proprio da lì, da quella spesa ipocrita e ingiustificata, il taglio dei costi del palazzo che Fini per primo aveva invocato ma non praticato?
Taxi carissimi - E non sono i soli. Perché ai deputati (i senatori sono trattati perfino meglio), è concesso un rimborso spesa trimestrale di 3.323,70 euro. Circa 1.108 euro netti al mese, che per decine di migliaia di italiani vale uno stipendio. Quel rimborso è giustificato - lo dice sempre il sito Internet ufficiale della Camera - “per i trasferimenti dal luogo di residenza all’aeroporto più vicino e tra l’aeroporto di Roma-Fiumicino e Montecitorio”. È una sorta di rimborso taxi da e per l’aeroporto allo scopo di raggiungere dalla propria città di residenza la Camera dei deputati dove si svolge il proprio mandato. Lo percepisce anche Fini, che abita a Roma.
Scusi, signor presidente della Camera, lei che volo aereo deve prendere dal quartiere romano Aurelio - dove abita - fino a Montecitorio? E perché non rinuncia a quel rimborso per una spesa che lei non sostiene, e che invece è giustificata per colleghi di altre regioni? Si tratta di 13.300 euro netti all’anno, si può iniziare da lì a risparmiare. Naturalmente nella stessa situazione di Fini sono anche la cinquantina di altri deputati e le decine di senatori che sono residenti a Roma. Anche loro non dovrebbero ricevere un rimborso per spese che non sostengono di sicuro. E non sono gli unici. Perchè nell’attesa di tagli sostanziali alle auto blu, tutti i ministri, viceministri e sottosegretari, così come i membri dell’ufficio di presidenza della Camera, i presidenti di commissioni e perfino i vicepresidenti, non usano il taxi per andare in aeroporto. Li porta una delle macchine di servizio legate allo status. Che sia personale o ad uso collettivo, poco importa: non c’è ragione che a loro sia data una somma chiamata “rimborso spesa” per una spesa che non è sostenuta. Stiamo parlando di 140-150 parlamentari, non pochissimi.
Se diaria e rimborso taxi fossero concessi solo a chi ha spese vere, il palazzo potrebbe riuscire a risparmiare subito 4 milioni di euro all’anno che sono buttati via. Sarebbe un taglio che non toccherebbe alcuna prerogativa del parlamentare, né metterebbe a rischio l’esercizio della democrazia. Toglierebbe solo lo spreco, l’inutile.
Portaborse - Nel caso di Fini, come di tutti i presidenti della Camera, non è giustificato nemmeno un altro rimborso, quello di 3.690 euro per “le spese inerenti al rapporti fra eletti ed elettori”. È la cifra che si dà ai deputati per assumere collaboratori (un tempo chiamati portaborse) che li aiutino nell’ufficio.
Il presidente della Camera ha diritto a collaboratori assunti e pagati direttamente dall’istituzione ( Fini non paga di tasca sua nemmeno le due segretarie che si è portato dietro, né il portavoce). Quel rimborso, quasi 45 mila euro all’anno, per Fini è dunque ingiustificato.
Paga spese che non sono sostenute. Sarebbe stato il minimo gesto annunciare ieri la rinuncia mentre si votava il bilancio della Camera. E magari partire da sé per annunciare anche la fine dell’andazzo con cui si rimborsavano spese non sostenute. Invece solo il silenzio ha accompagnato ieri il voto di quel bilancio dove ancora vivono decine di ipocrisie.
Si fa finta di tagliare spese, e invece si rinuncia solo ad aumenti di spesa (per altro imposti dal governo Prodi fino al 2012). Si racconta che l’inflazione fa crescere il costo dei servizi quando (a iniziare dalla spesa telefonica) è vero il contrario: da anni dove c’è concorrenza, il costo diminuisce e aumenta solo nel bilancio del Palazzo.
Ieri c’era una buona occasione per avvicinare la casta ai cittadini italiani. È stata buttata alle ortiche. Come i centomila euro di rimborsi per spese che non ha, a cui Fini si è ormai affezionato.
03.08.2011
'I tagli alla casta'?.
Mario Giordano
Altro che tagli, ci sono politici di destra e di sinistra che vogliono più soldi. E poi chiedono sacrifici ai cittadini.... In Puglia petizione bipartisan per riottenere il 10% di indennità decurtato. Eppure prendono, in media, 10.433 euro al mese. Tutt'altro che uno stipendio da fame.
Di fronte al momento difficile gli italiani si chiedono: ce la faremo? E i consiglieri regionali aggiungono: (ce la faremo) ad avere un aumento? La differenza è tutta qui: da una parte si cercano di affrontare i sacrifici, dall'altra si cercano nuovi benefici. Se la casta della politica mettesse tanto impegno nell'amministrare quanto ne mette nel mantenere i privilegi, in effetti, saremmo il Paese meglio governato della Terra.
Gli onorevolini della Puglia, per dire, proprio in questi giorni in cui tutta l'Italia sta ballando sul Titanic, per usare l'ultima metafora di Tremonti, hanno presentato, con encomiabile tenacia e sprezzo del ridicolo, una domanda per avere più soldi.
Sì, avete capito bene: vogliono più soldi. Geniale, no? Del resto, si sa: nei momenti difficili ognuno deve fare la propria parte. E loro ci tengono molto a far la parte di quelli che incassano.
È una rigorosa divisione dei compiti: loro incassano, gli italiani s'incassano. Con la z, però. La manovra non cambia niente: ai contribuenti viene la faccia triste, alla casta la faccia di bronzo.
Ci vuole un bel coraggio, in effetti, con l'iceberg che incombe a formulare ufficiale richiesta per aumentare i compensi dei consiglieri regionali. Eppure trenta deputatelli pugliesi l'hanno fatto: hanno preso carta e penna e hanno chiesto di riavere una parte della loro indennità (il 10 per cento) che era stata decurtata nel 2006. La notizia, come voi capirete, è duplice.
Prima notizia: cinque anni fa qualcuno riuscì a decurtare l'indennità dei consiglieri regionali.
Seconda notizia: loro la rivogliono indietro proprio adesso. Tempismo perfetto, no?
... Destra? Sinistra? Centro? Macché: la difesa del privilegio, anche in Puglia come dappertutto, è perfettamente bipartisan. Magari litigano fino a un minuto prima, poi corrono a firmare insieme la richiesta di soldi.
Vedeste come vanno d'amore e d'accordo, quando pensano al loro portafoglio... Tagli alle indennità? Tagli ai vitalizi? Costi della politica nel mirino? Perdete ogni speranza, o voi che votate. Nei prossimi mesi gli italiani dovranno tirare la cinghia. La casta, invece, ci tirerà il solito pacco. Quali sono le vostre aspettative per i prossimi mesi? Ticket, accise sulla benzina, superbolli sui depositi Bot. Ecco, appunto: se vi può consolare i consiglieri regionali della Puglia si aspettano, invece, un incremento dell'indennità. Ne hanno bisogno, in effetti: in media, poveretti, prendono appena 10.433 euro al mese.
Praticamente uno stipendio da fame. E poi dopo 5 anni di «lavoro» (si fa per dire) hanno diritto per il resto dei loro giorni a un vitalizio che va dai 2844 agli oltre 10mila euro. Per altro anche le pensioni dei consiglieri regionali sono state aumentate (1200 euro al mese, tre volte una minima) nel luglio dello scorso anno, proprio mentre si discuteva la passata manovra finanziaria del governo.
Dev'essere una specie di reazione automatica pugliese, un riflesso incondizionato al sapor di orecchiette e rosso di Canosa: appena sentono parlare qualcuno di lacrime e sangue, loro pensano subito a come sostituire lacrime e sangue con latte e miele.... E un po' di monete.
È più forte di loro. Gli italiani soffrono? E loro offrono. Un aumento. A loro stessi, però. Orecchiette, cime di rapa e teste di. Che ci volete fare? In questo Paese finisce sempre così: al massimo cascano le braccia, non certo i privilegi.
Abbiamo parlato per settimane di tagli ai costi della politica, ma poi l'unica cosa certa sono i tagli alle agevolazioni fiscali per le famiglie.
Abbiamo sperato di colpire i vitalizi dei parlamentari, e invece come al solito sono stati colpiti i vitalizi dei pensionati normali. Avanti di questo passo, tra un po' chiederanno un contributo extra agli invalidi civili pur di consentire al consigliere molisano di conservare il suo stipendio superiore a quello del governatore di New York. Vi pare? Sembra che le consorterie siano intoccabili: non si toccano i consiglieri regionali, non si toccano i parlamentari, non si toccano i giudici costituzionali, per l'amor del cielo, non si toccano nemmeno le province, né i grand commis né i commessi del Palazzo con la loro bella livrea che fa tanto istituzione.
E non si toccano nemmeno gli avvocati né i notai, guai a liberalizzare, non si toccano i privilegi degli ordini, né la casta del tesserino o i bramini professionali. Così la morale della favola, alla fine, è sempre la stessa, persino sul Titanic che vacilla: la nave si riempie d'acqua, la casta si riempie di soldi.
L'unica speranza, a questo punto, è che quelli con il portafoglio pieno di privilegi, almeno, vadano a fondo prima.
Il Giornale 15.7.2011
La sforbiciata di Giulio Tremonti è stata ampiamente spuntata dalla casta
Franco Bechis
La manovra era blindata. Su quasi tutto. Perché su un solo punto è di fatto saltata: quello dei tagli ai costi della politica. La sforbiciata di Giulio Tremonti è stata ampiamente spuntata dalla casta durante il passaggio al Senato pur senza modificare un comma del testo, perché non era possibile. Ma il trucco è stato trovato, grazie all’accordo fra Pd e Pdl. La trappola è scattata fra la sera del 12 e la notte del 13 luglio in commissione affari costituzionali del Senato.
Grazie a un parere di nulla osta «vincolato ad alcune osservazioni» proprio sui costi della politica. Con armi molto raffinate i senatori Pd e Pdl hanno detto che va bene tagliare, ma non quanto finisce in tasca a loro.
Tremonti aveva scritto nella finanziaria che bisogna confrontare gli stipendi dei parlamentari italiani con quelli dei colleghi europei e poi uniformarli dalla prossima legislatura? Si potrà fare, ma- sostiene il parere vincolante, «può essere applicabile esclusivamente all’istituto dell’indennità parlamentare, ai sensi dell’articolo 69 della Costituzione, che ne rimette la determinazione alla legge e va intesa- secondo il principio della ragionevolezza- alla stregua dei necessari fattori di ponderazione, con particolare riguardo alla consistenza demografica dei diversi paesi».
Ecco qui la prima trappola: l’indennità base dei parlamentari italiani è identica a quella francese, simile a quella inglese, inferiore a quella tedesca e superiore a quella degli altri paesi. Ma legandone l’importo alla popolazione di ciascun paese, non dovrà essere tagliata. Anzi, il rischio è pure che venga aumentata di 2-300 euro.
Possono essere tagliate dalla finanziaria altre voci come i rimborsi spesa a forfait, le diarie? No, perché quelle sono regolate- dice sempre il parere vincolante- «dalla rispettiva autonomia, costituzionalmente vincolata e riconosciuta».
In aula Il parere seral-notturno è stato stilato senza darne alcuna pubblicità. E quando ieri nell’aula di palazzo Madama sono entrate le telecamere della Rai, nessuno ha voluto fare riferimento al tema dei costi della politica, limitandosi a lodare la manovra e elogiare la necessità dei sacrifici per tutti. Ma al riparo delle ore notturne e nel chiuso delle commissioni, è scoppiata la rabbia dei senatori, che quelle forbici di Tremonti proprio non hanno mandato giù. Nella fila della maggioranza come in quelle dell’opposizione. Raffaele Lauro (Pdl) si è lamentato della «pubblicistica antiparlamentarista che produce una pericolosa disaffezione dei cittadini nei confronti delle pubbliche istituzioni e dei suoi rappresentanti». Andrea Pastore, anche lui Pdl, si è augurato che «si levino voci in difesa del prestigio del Parlamento e della dignità della funzione parlamentare, gravemente lesa da campagne diffamatorie che non rappresentano la realtà e alimentano sfiducia nelle istituzioni e in chi le rappresenta».
Toni simili da parte di Barbara Saltamartini e Giuseppe Saro, anche loro nelle fila della maggioranza. Quest’ultimo ha tuonato: «l’indennità parlamentare serve al deputato e al senatore per svolgere con la massima efficacia la propria attività politica». Era evidente che nessuno entra a palazzo per vocazione e con lo spirito del volontariato, ma per dirla così ci vuole un certo coraggio.
Pianto greco. I pidiellini sono un pizzico polli. Pensavano di essere al sicuro fra quelle quattro mura, eppure almeno in sintesi il loro pianto greco è stato pubblicato nei resoconti parlamentari.
Quelli del Pd sono assai più furbi. Non si sono strappati i capelli in pubblico più di tanto, perché sanno che così si perdono voti. Hanno badato al sodo: è stata loro l’idea di inserire le trappolette nel parere. Francesco Sanna si è inventato quella dello stipendio legato alla densità demografica. Marilena Adamo ha chiesto pure di tenere conto del costo della vita, visto che in Italia l’inflazione sta rialzando la testa. Niente rivalutazione a pensioni da 2.300 euro lordi, al Pd poco importa perché l’importante è rivalutare l’indennità parlamentare di 5.600 euro netti. Inserite le trappolette nel parere, i senatori del Pd sono riusciti in un miracolo di ipocrisia.
Salvati i propri stipendi e convinti il Pdl a sposare il loro marchingegno per smontare Tremonti, pareva brutto votare contro.
Così Enzo Bianco ha tirato fuori dal cappello un’ideona: ha chiesto di votare per parti separate il parere. Prima il semplice “nulla osta” alla finanziaria. Qui il Pd ha votato contro per fare vedere ai propri elettori che è un partito durissimo.
Poi sono state messe al voto le osservazioni vincolanti per quel sì. E il Pd che aveva votato no al “nulla osta”, ha votato sì, invece ai vincoli che salvano lo stipendio della casta. Un vero capolavoro!.
Libero.it 15.07.2011
"Povero" Scalfari, lo Stato non gli lascia rifiutare la pensione!
StefanoFilippi
«Una cura immediata da 12 miliardi» ha chiesto l’altro giorno sulla prima pagina di Repubblica il vate Eugenio Scalfari. Il quale ha impartito a Giulio Tremonti, «un timoniere che naviga a vista», una lezione delle sue.
Tra errori e cantonate varie della manovra, l’ottantasettenne fondatore del quotidiano di largo Fochetti ha inserito anche il rinvio «sine die» del taglio dei costi della politica. Per esempio, «il solo azzeramento dei vitalizi agli ex parlamentari vale 218 milioni», è il suo calcolo.
Il maestro non parla a vanvera. «Personalmente riscuoto come ex deputato un assegno netto di 2400 euro mensili - puntualizza -. Cinque anni fa inviai una lettera ai questori della Camera chiedendo che mi fosse annullato. La risposta fu che ci voleva una legge, in mancanza della quale l’assegno mi sarebbe stato comunque accreditato», è la sua sdegnata denuncia.
Noi invece ci domandiamo come mai Scalfari abbia scritto quella lettera soltanto cinque anni fa. Se quel denaro lo scandalizza tanto, perché non l’ha lasciato subito all’erario? L’uomo che non credeva in Dio ma ha incontrato Io ha fatto parte dell’assemblea di Montecitorio dal 1968 al 1972 e al compimento dei 60 anni (6 aprile 1984) ha maturato il diritto al vitalizio.
Milioni di italiani incassano la pensione minima dopo una vita di fatiche, a lui invece sono bastati quattro anni alla Camera per garantirsi 2400 euro netti ogni mese, cioè quasi 30mila euro l’anno, che in 27 anni sfiorano gli 800mila euro. Oltre a incrementi e rivalutazioni, quelle che oggi Tremonti intende sforbiciare.
Al lordo, che poi equivale al costo per il contribuente italiano, la rendita che ripugna a Barbapapà ha superato addirittura il milione di euro: 3200 euro (il 25 per cento dell’indennità del parlamentare) per 12 mesi per 27 anni.
E poi ci domandiamo perché Scalfari, dinanzi al prevedibile diniego della casta, non abbia lanciato una campagna di stampa per abolire l’odiato privilegio. Ha un giornale a sua disposizione: poteva sguinzagliare reporter, raccogliere firme, promuovere manifestazioni, mobilitare il proprio editore provvisto della tessera numero 1 del Pd. Poteva proporre un referendum abrogativo. Oppure incalzare gli ex colleghi della Camera con le mitiche dieci domande di Repubblica: quanto costano le ingiustificate pensioni d’oro dei vecchi parlamentari? Perché non le eliminate? Non vi vergognate di sperperare il denaro pubblico? Non vi sentite complici del baratro di bilancio?
Invece egli è rimasto zitto, mugugnando tra sé e sé, lisciandosi la barba bianca e lasciando l’esclusiva delle dieci domande alla vita privata di Berlusconi.
E infine, maestro Scalfari, ci poniamo un’ultima domanda: perché non esegue un bel bonifico di 800mila euro sul conto corrente della Camera e si toglie un pensiero?
16.7.2011