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Incredibile nel Lazio: politici senza vergogna. I dirigenti di prima fascia
arrivano a prendere 200mila euro, quelli di seconda fascia 110mila euro. Per
funzionare giunta e consiglio ci costano 128milioni. Ma i partiti sono pronti a
votare l’aumento dello stipendio dei manager regionali da 4.500 a 7.500 euro.
Alla faccia dei sacrifici per tutti...
di Anna Maria Greco
Roma - Altro che tagli e sacrifici per tutti. Altro che trasparenza e contenimento delle spese nella pubblica amministrazione. Alla Regione Lazio sarebbe pronta una delibera per raddoppiare quasi lo stipendio ai dirigenti del Consiglio: da 4.500 a 7.500 euro netti al mese, con un lordo annuo che passerebbe da 100mila a 175mila.
Secondo le nostre fonti sarebbe stata già discussa dall’Ufficio di Presidenza consiliare e ci si preparerebbe all’approvazione forse anche in settimana. Ma gli interessati ora assicurano che ancora non c’è la decisione definitiva.
Il fatto è che in questi anni, a via della Pisana, si è molto largheggiato nell’ assumere dirigenti esterni all’organico regionale, con stipendi d’oro da 200mila euro lordi all’anno (circa 8.500 netti al mese) per la prima fascia e 100- 110mila per la seconda fascia.
I dirigenti interni si sono risentiti e hanno chiesto un adeguamento economico. Due hanno anche fatto ricorso al giudice del lavoro contro l’ assunzione ingiustificata degli esterni. Per evitare troppo can can attorno a questa storia ben poco edificante, la Regione vorrebbe metterli a tacere con il raddoppio di stipendio.
L’assunzione di dirigenti esterni è consentita solo in casi straordinari (mentre qui parliamo anche di incarichi di nove anni) ed entro limiti precisi. «Ma oggi nel Consiglio regionale laziale ci sono cinque dirigenti esterni di prima fascia, invece dell’unico consentito. E ben sette di seconda fascia, «invece dei quattro massimo previsti dalla dotazione organica», dice Roberta Bernardeschi, segretario del sindacato dei dirigenti Direr. Che queste cose le ha già denunciate ad aprile in una lettera ai vertici di Regione, Corte dei conti, ministeri dell’Economia e della Pubblica amministrazione. Lettera caduta nel vuoto.
L’occasione per chiedere l’aumento di stipendio ai dirigenti interni è stata fornita su un piatto d’argento dal prepensionamento di alcuni colleghi e dal blocco del concorso per 25 nuove assunzioni, per una serie di ricorsi al Tar. Lamentando di dover lavorare di più, a causa dei posti vacanti, hanno preteso di arrivare ai livelli retributivi dei dirigenti esterni. Chi in Regione ci lavora assicura che il doppio carico di lavoro è fittizio. Ma se anche fosse diversamente, un aumento così sarebbe straordinario. Anche senza crisi. Visto che nulla è ufficiale e trasparente non si sa quanti sono gli interessati: tra gli 11 e gli 8. Ed è facile immaginare che un così pesante scatto retributivo per loro provocherebbe un effetto a cascata, con pretese da parte di altri dirigenti. Magari anche i 17 capi di segreteria scelti da esponenti politici di tutti i partiti, equiparati ai dirigenti senza averne i titoli e premiati con stipendi di 4mila euro netti al mese.
Per fare la proposta all’Ufficio di presidenza, una ventina di giorni fa, si è mosso il segretario generale del Consiglio regionale, Nazzareno Cecinelli, un signore da circa 11mila euro netti al mese, visto che ai suoi 210mila euro annui (il tetto massimo) ha aggiunto da ottobre (ma con decorrenza da luglio) altri 50mila, perché ha assunto l’ interim di Direttore di servizio.
Ora c’è un bando e questo secondo incarico andrà ad un altro dirigente esterno, sempre da 200mila euro all’anno. Tutta l’operazione si è svolta in gran segreto per non far scoppiare polemiche. Ed è stato abbastanza facile perché l’interesse è trasversale ai partiti, come i dirigenti interessati.
Il presidente del Consiglio regionale Mario Abbruzzese (Pdl), sembra qualche dubbio l’abbia avuto, ma non ha detto di no. «Per ora è tutto fermo - spiega al Giornale - dobbiamo discuterne. E si tratterebbe solo del 25 per cento di stipendio in più». «Ci rendiamo conto - assicura il vicepresidente Bruno Astorre (Pd) - che in questo momento si chiedono sacrifici ai cittadini per la crisi, ma c’è una carenza dei dirigenti in pianta organica e aumenta il carico di lavoro sugli altri. Comunque, si tratterebbe di una delibera a tempo determinato, massimo un anno». Giuseppe Rossodivita, capogruppo dei radicali in Consiglio, dice di non saperne nulla: «Solo voci. Se fossero vere, si aggiungerebbe un altro tassello alla totale mancanza di trasparenza in cui vive la Regione. Oggi non dovrebbero aumentare di un centesimo la spesa per il personale, per evitare un possibile danno erariale».
IlGiornale 2.8.11
Regione Lazio, il Giornale smaschera i furbetti e così fa saltare il raddoppio dello stipendio
di Anna Maria Greco
Lazio, cestinata la delibera che duplicava la paga dei dirigenti regionali interni di nomina politica. E ora da destra a sinistra è gara a dirsi indignati. La direttiva era pronta per l’ultimo ok, ma tutti ora prendono le distanze
Roma - Operazione bloccata alla Regione Lazio. Dopo l’articolodenuncia de Il Giornale , la delibera per il raddoppio degli stipendi ai dirigenti del Consiglio regionale è stata frettolosamente cestinata. Naturalmente, ora tutti si dicono indignati. E dall’ufficio di Presidenza del Consiglio regionale assicurano che la delibera non sarebbe mai stata approvata.
..... Che dire? Se alla Regione ora sono tutti d’accordo contro la vituperata delibera, c’è solo da chiedersi come mai non sia stata subito accantonata. SCENEGGIATA ROMANA
3.8.2011
'I costi della casta'.
GianMariaDeFrancesco
Ed eccoci arrivati alla «casta», ormai da qualche anno individuata come la causa principale dei mali della Repubblica, come la madre di tutti gli sprechi.
Ogni manovra finanziaria che si rispetti cerca di limitare i privilegi della politica limando quanto più possibile i benefit e le prebende sebbene tutte le innovazioni siano rimandate sempre alla legislatura o alla consiliatura successive. E così ogni anno lo stato di previsione del ministero dell’Economia si ritrova ad aver a che fare con oltre 3 miliardi di euro da destinare agli organi a rilevanza costituzionale che naturalmente includono Camera, Senato e Presidenza del Consiglio..
Il Presidente. Eppure la prima spesa che si incontra è forse quella più inaspettata. Si tratta della retribuzione del primo cittadino d’Italia, l’unico politico del quale conosciamo esattamente lo stipendio. È il presidente della Repubblica, del quale la legge 372 del 1985 ha fissato in 200 milioni e in 2,5 miliardi di vecchie lire l’assegno e la dotazioni. Di rivalutazione in rivalutazione per il 2011 la previsione dell’Istat dei due capitoli a carico del Tesoro è rispettivamente di:
259.513 euro (Irap inclusa) e di 228 milioni di euro.
Seguono: Senato (527 milioni circa) e Camera (992,8 milioni). Dei due rami del Parlamento non c’è spesa che non sia stata messa in discussione. A puro titolo esemplificativo si può sottolineare come a fronte di 94,5 milioni di indennità dei deputati vi siano circa 72,7 milioni di rimborsi spese nelle previsioni 2011. Così come certo non fa piacere che per i rimborsi delle spese di viaggio agli ex «frequentatori» di Montecitorio siano stanziati 800mila euro che saranno azzerati dalla manovra estiva. Una cifra analoga a quella che il Senato nel preventivo 2010 aveva stanziato per il noleggio di auto blu (796mila euro). Analogamente non fa piacere che Palazzo Madama destinasse 38 milioni ai gruppi parlamentari.
È la democrazia, bellezza! Forse i nostri rappresentanti ci avranno marciato sopra, ma rappresentare la sovranità popolare e la separazione dei poteri ha un costo: oltre 3 miliardi di euro. Che, a ben vedere, sono inferiori ai 5,2 che i ministeri spendono per agenzie, Authority, commissioni, comitati.
I parlamentari i più pagati in Europa, però, sono sotto gli occhi di tutti e la loro inefficienza è direttamente misurabile e proporzionale al tempo passato tra il Transatlantico e i vari talk-show televisivi..
Ma in quei tre miliardi ci sono tanti costi sui quali lo Stato effettivamente può e deve intervenire in virtù della trasparenza delle amministrazioni. Ma diminuire queste spese non può e non deve rappresentare un alibi per sorvolare su altri tipi di costi che nelle prime puntate dell’inchiesta abbiamo osservato, a partire dalle inefficienze della previdenza e dell’assistenza.
Assodato questo, non si può trascurare che 182,3 milioni per i rimborsi delle spese elettorali sono troppi. Si tratta di oltre 3 euro per ogni cittadino italiano e, come si vede ogni anno dai rendiconti dei partiti, non corrispondono alle spese effettivamente sostenute per le consultazioni, di molto inferiori !. Si risolvono, perciò, in un contributo per mantenere strutture organizzative più o meno grandi. Nell’epoca di internet bisognerà riflettere sulla permanenza di organismi ottocenteschi.
Ma 180 milioni sono meno della metà dei 400 milioni che il tesoro stanzia per lo svolgimento di elezioni e referendum. La manovra prevede l’election day di modo che non si debbano duplicare costi com’è accaduto quest’anno per Amministrative e referendum. ...Quanto costino gli uffici elettorali lo rivela il ministero della Giustizia che per il 2011 ha destinato 173mila euro a presidenti e componenti e 100mila euro per procedure di nomina e funzionamento. Sono molti? Sono pochi? Su tutto si può opinare.
Sicuramente, sono un po’ ridondanti i tre milioni destinati alle indennità e ai rimborsi delle spese di viaggio dei nostri europarlamentari. E 180 milioni che vanno ai partiti sono la metà dei circa 364 milioni destinati alle spese di funzionamento e obbligatorie della Presidenza del Consiglio. Sono i costi della struttura giacché gli interventi relativi ai singoli dipartimenti senza portafoglio sono a carico degli altri ministeri.
Bisogna inoltre ricordare che sulla somma di 3,1 miliardi impattano per circa 400,5 milioni gli altri organi costituzionali. Avete mai sentito qualcuno lamentarsi per i 52,7 milioni della Corte costituzionale?.
E lo sapevate che il Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno di giudici e pm, costa 35,3 milioni? In totale fanno 88 milioni ma in pochi ci fanno caso. È altrettanto difficile notare il Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro voluto dai padri costituenti perché politica, sindacati, imprese e lavoratori potessero incontrarsi e supportare l’attività legislativa. Oggi si occupa soprattutto di studi e analisi giacché - giusto per fare un esempio - Confindustria e sindacati parlano direttamente con ministri e premier. Il Cnel costa 18,2 milioni nello stato di previsione del Tesoro ai quali si aggiungono 101mila euro del ministero del Lavoro per integrarne la composizione con membri designati dagli Osservatori del volontariato e dell’associazionismo.
La Corte dei Conti, infine, prevede uno stanziamento complessivo di 294,2 milioni di euro. Non si può rinunciare alla magistratura contabile alla quale spetta la sorveglianza sui bilanci di tutto ciò che riguarda le pubbliche amministrazioni (a partire dal Rendiconto dello Stato). Senza la Corte dei Conti non si potrebbe avere nemmeno quel tipo di giustizia che quantifica i danni eventualmente arrecati all’Erario.
Ma su quasi 300 milioni chiedere un po’ di sacrificio forse non è un sacrilegio.
10.7.2011 ilgiornale
Per dieci anni hanno finto tutti i governi di tagliare i costi della politica.
di Franco Bechis 17/07/2011
E invece è accaduto l’esatto opposto. Tanto che se nel 2001 per mantenere Camera e Senato si spendeva poco più di un miliardo di euro, nel 2011 si spenderà un miliardo e mezzo.
La differenza è di 469 milioni di euro, non una bazzecola. Perché quella cifra da sola riesce a mantenere una Camera in più, la terza. Mentre si prendevano in giro gli italiani dicendo che il Palazzo stringeva la cinghia, si è tolta dalle tasche dei contribuenti una cifra che sarebbe in grado di mantenere da sola due Senati francesi, giusto per fare un esempio europeo.
Dieci anni fa la Camera costava 736 milioni di euro.
Quest’anno il suo costo è di 993 milioni di euro.
Con il Senato le spese pazze della politica sono perfino andate peggio, quasi raddoppiate: nel 2001 erano 320 milioni di euro, oggi sono 535 milioni di euro. Non c’è una sola voce di spesa che sia diminuita. Nemmeno quell’indennità parlamentare che è stata pure limata in questi anni. Perché nel decennio prima ha avuto gli scatti in avanti e poi quelli indietro, ma il risultato finale è che ancora più alta oggi di allora.
Fra stipendi e rimborsi spese i parlamentari costavano nel 2001 quasi 225 milioni di euro. Oggi quella cifra è salita di una ventina abbondante di milioni a 245 milioni di euro. Percentualmente è meno del dieci per cento, e in dieci anni vuole dire meno dell’inflazione reale.
Però se si somma la crescita clamorosa della spesa per altri benefit, come i trasporti e la ristorazione, il pacchetto del trattamento economico complessivo dei parlamentari è cresciuto assai più della rivalutazione monetaria prevista dall’Istat.
Il conto del ristorante degli onorevoli è passato da 3,6 a 8 milioni di euro, ed è quindi più che raddoppiato. Quello dei trasporti aerei, in treno, autostradali e marittimi è quasi triplicato, passando da 8,9 a 20,9 milioni di euro. Cresciuti notevolmente anche i contributi dati nei due rami del Parlamento ai gruppi parlamentari, e anche questa voce ha un beneficio indiretto sulle tasche di deputati e senatori.
Nel 2001 infatti erano trasferiti ai gruppi parlamentari 54,1 milioni di euro fra Camera e Senato. Dieci anni dopo quella somma è lievitata di 20,1 milioni di euro raggiungendo i 74 milioni. I gruppi erano allora 7 più quello misto, e oggi sono esattamente gli stessi: sette più il misto. Semplicemente si sono trasferiti più soldi a ciascuno di loro.
Quei 74,3 milioni servono a pagare soprattutto gli stipendi del personale che collabora con i vari politici, ed è lì il vero beneficio. Ogni parlamentare riceve più di 4 mila euro al mese (la cifra è più alta in Senato che alla Camera) per rimborsare le spese di segreteria, compresa l’assunzione di uno o due assistenti parlamentari.
Se le assunzioni le fa il gruppo parlamentare che è diventato più ricco, il singolo deputato o senatore quei soldi non li spende e se li mette in tasca come stipendio netto (non è tassato). Fa una bella differenza, e anche le sforbiciate formali che sia il governo di Romano Prodi che quello di Silvio Berlusconi hanno inserito nelle varie finanziarie non hanno limato così lo stipendio reale dei parlamentari che è continuato a crescere di fatto.
Lo stesso effetto indiretto si comprende dando un’occhiata alle spese del personale dipendente di Camera e Senato. Anche qui sulla carta i segretari generali dei due organi costituzionali hanno varato nel decennio cure dimagranti, limitando all’osso concorsi e nuove assunzioni per tagliare anche così le spese della politica.
Qualcosa però non deve avere funzionato, perché nel 2001 la spesa del personale della Camera era di 188 milioni di euro. Nel 2011 è diventata di 283 milioni di euro.
In altra voce complementare il bilancio di Montecitorio registra la spesa per il personale esterno: era di 15,4 milioni di euro nel 2001, è diventata oggi di quasi 22 milioni di euro.
Saranno aumentati gli stipendi, ma con un balzo simile è evidente che anche gli organici sono cresciuti. E non è andata diversamente in Senato: dieci anni fa il costo del personale dipendente era di 100 milioni di euro, oggi è di 145 milioni.
Fra l’uno e l’altro palazzo i costi del personale dipendente sono cresciuti del 48,62%, vale a dire di 140 milioni di euro. Anche qui è evidente: la differenza è identica alla spesa di personale che oggi sostiene il Senato. Facendo finta di tagliare i costi della politica, paghiamo invece anche i dipendenti di una Camera in più, la terza.
Un miliardo e mezzo escluse le partite di giro (perché in realtà la spesa a palazzo è superiore). Che cosa abbiano tagliato, è davvero difficile da comprendere. Se avessero banalmente lasciato tutto come era nel 2001, solo rivalutando la spesa con l’inflazione, quel miliardo sarebbe oggi diventato un miliardo e 267 milioni di euro. E invece è cresciuto di altri 250 milioni che non trovano alcuna ragione ufficiale.
di Franco Bechis
Libero.it
17/07/2011