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Ho sognato Bersani a Cannes per il G20 Solo sudore e balbettii...
di Paolo Guzzanti
Pier Luigi fantapremier alle prese con Sarkozy e Merkel: "Mister Postberlusconi" non risponde su pensioni e riforme. "Nuovi posti di lavoro e stop ai parassiti? Sono cose che poi vediamo..." Grande trambusto in Europa e nel mondo. Berlusconi è caduto, si è dimesso, anzi no è caduto in un’imboscata, anzi no in un voto di sfiducia. Una pattuglia di ultrafedelissimi col coltello in bocca lo ha colpito con le solite ventitré coltellate d’ordinanza: «Tu quoque Stracquadanio?».
Bene, trambusto, Napolitano si rende conto (è la settantunesima volta) che la situazione è catastrofica, bisogna fare prestissimo, bisogna chiudere ieri mattina, bisogna saltare le procedure, i pasti, le convenzioni e correre in Europa con idee chiare, conti in tasca, cambiali, promesse da mantenere, leggi, decreti e anche una bozza di letterina per l’imminente Natale. Un due e tre, chi non ha fatto resta a me, viene nominato primo ministro Pier Giorgio Bersani uno e trino per via del patto di Vasto, che è un accordo angusto ma a tre punte. La signora Bersani veste il marito che domani va in un luogo molto importante che si chiama Europa, dove lo aspettano come in un racconto di Harry Potter una ventina di funzionari banchieri travestiti da corvi e tutti, dico tutti i capi di Stato, governo, agenzie di rating, osservatori cinesi indiani brasiliani e russi, più il piedistallo di cristallo con sopra appollaiati Angela Merkel e Nicolas Sarkozy ancora irritato perché Obama seguita a dirgli che sarebbe un guaio se Giulia, la piccola appena nata, somigliasse a lui anziché a Carlà. E insomma Pier Luigi Bersani si mette in tiro, del resto è un uomo naturalmente elegante, si mette in viaggio, decolla e atterra con manovra impeccabile, scarta le auto blu e i taxi per dare di sé un’immagine pulita e sobria, arriva correndo e con la lingua di fuori all’ appuntamento con l’Europa in un grande tendone appositamente allestito per l’evento costituito dall’arrivo di Mister Postberlusconi. Così lo chiamano. Abbreviato: «Mr. PB». Lui avverte subito: «Mi chiamo Pier Luigi Bersani» e tutti gli chiedono come l’ha presa PB, che fa PB e così via.
La Merkel lo saluta con un sospiro e gli chiede, attraverso un interprete prussiano-emiliano, se è pronto a portare le pensioni a 67 anni come accade ai lavoratori tedeschi. Bersani si butta sul generico appassionato: «Noi adesso siamo pronti a fare la nostra parte, il Paese è consapevole di dover compiere dei sacrifici...».
La Merkel sorride e poi con il suo tipico accento del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, gli dice: «Herr Post Essebbì...». Bersani si toglie la giacca e si mostra in maniche di camicia come da manifesto, operoso e ricco di proposte taglienti: «Ma dove andiamo? Ma insomma, ma qui bisogna darci un taglio e fare le cose giuste, non si può seguitare così...».
Lo sguardo gelido di Sarkò lo pietrifica come la Medusa: «Vous pensez m’sieur que la petit Giulia ressembles plus à moi ou à Carlà?».
Bersani si sente preso di contropiede: «Lo chieda a Renzi, che sa
sempre tutto lui. Per me va bene tutto... non ho problemi...
siamo pronti a discutere».
La Merkel fa un sorriso da basilisco: «Ci dica delle pensioni: 67
anni subito come i lavoratori tedeschi? Siete pronti a creare nuovi
posti di lavoro anche a costo di scrostare i parassiti
improduttivi?».
«Be’, allora - suda Bersani - queste sono cose che poi vediamo in
un secondo tempo, no? Ci sediamo intorno a un bel tavolo con le
parti sociali...».
«NEIN!!!» urla la Merkel sbattendo i tacchi delle sue robuste
scarpe. «Nein», ripete poi con un sorriso freddo ma a 32 denti:
«Niente tavolo, niente aspetta, niente parti sociali, niente
domani. Herr Bersani, sì o no?».
«Così, subito? - mormora il post SB - Magari prima facciamo
amicizia, ci facciamo le coccole, prendiamo un buon Sangiovese,
e lì...».
«Solo champagne francese» si inalbera Sarkò che non ha avuto
soddisfazione sulla faccenda della somiglianza con la sua
bambina. E poi dice a denti stretti: «M’sieur, qui ci siamo già
abbastanza lessati le palle...».
«Bitte?» si scandalizza la Merkel
«Linguaggio della banlieue, Angelicà, signor Bersani, entro quante
ore siete disposto a tradurre in legge quello che vi chiede l’
Europa?».
Bersani chiede un cuscino per la sua poltrona in ferro battuto su
cui lo hanno sistemato per farlo sentire a disagio e dice che deve
sentire Di Pietro e Vendola. E anche Casini, Fini, Bassolino, D’
Alema, Fassino e Veltroni, senza trascurare Enzo Visco.
Gelo sotto il tendone europeo. «Dunque, sibila la Merkel, lei ha
bisogno di tempo e di sentire un sacco di gente. E che cosa
pensano questi Vendola e Di Pietro? Di Pietro è quello che ha
parlato di macelleria sociale?».
«Ah, eh eh, scherzava, Antonio ha un temperamento paesano
e...».
Sarkò vorrebbe che l’Italiano lo rassicurasse sulla somiglianza di
Giulia con lui, ma ripiega sul concreto: «Lei è d’accordo con
madame Lagarde secondo cui di voi italiani non c’è mai da fidarsi
qualsiasi cosa promettiate?».
Bersani risponde che lui è una persona seria, che i suoi alleati
sono persone serie e che persino Crozza, in un certo senso, è
una persona seria specialmente quando fa la sua imitazione. I
volti arcigni dell’Europa unita e disunita dimostrano ulteriore
freddezza.
Le borse hanno uno spasmo. Lo spread spernacchia verso l’alto
come un palloncino senza lo spago.
Bersani capisce che questi
vogliono da lui l’abiura: la macelleria sociale, le pensioni a
settant’anni, una riforma radicale della giustizia che permetta alle
imprese di ottenere sentenze rapide e precise. Suda freddo.
Sarkò sta sussurrando qualcosa sur les italiens, qui sont toujours
comme ça, cominciano la guerra da una parte e la finiscono dall’
altra, guarda tu Bini Smaghi che non schioda neanche con le
cannonate.
«Lei saprebbe far schiodare Bini Smaghi?» chiede senza pensarci
troppo Sarkò a Bersani.
«Mica posso ammazzarlo, dipende da lui».
«Visto?» dice Sarkò alla Merkel, tale e quale a quell’altro, le
Berluscòn.
«Ma no che non sono uguale!» grida sdegnato Bersani: «È un
altro stile, siamo persone serie, noi, giriamo senza giacca, noi,
abbiamo gli occhiali e non facciamo feste scollacciate, noi,
veniamo da un grande passato e speriamo ancora nel futuro,
noi...».
«Jawol dice la Merkel: ma ci garantite pensioni tardi, basta con
quelle di fasulle, basta con i concerti fra parti sociali, basta
trucchi, basta imbrogliucci all’italiana...».
«Rinunci a Satana?!».
Urla improvvisamente Sarkò.
«Devo pensarci», mormora un Bersani raggrinzito e con l’
entusiasmo a scartamento ridotto.
«Ha tempo fino a domattina», dice la Merkel.
«Devo vedere Di Pietro, Vendola, Fini Casini Rutelli...».
«Auf wiedersehn» dice Sarkò per battere sul tempo la Merkel.
«Au revoir» dice la Merkel per tener testa a Sarkò.
«Penso che Giulia somigli di più alla mamma» dice Bersani.
«Les italiens sont comme ça», sbuffa Sarkò che si prende sotto
braccio la Merkel e se ne va. Poi si gira e sussurra all’uomo nuovo
venuto dall’Italia: «Rien ne va plus».
IlGiornale
sabato 05 novembre 2011
Tangenti, nel Pd scoppia la bufera Ma perché Bersani non parla?
25.7.2011
Filippo Penati, indagato per corruzione, concussione e finanziamenti illeciti dei partiti in merito alla inchiesta della procura di Monza sull'area Falck, annuncia di autosospendersi da tutte le cariche: "Faccio due passi indietro perché la mia vicenda non crei ulteriori problemi al partito". Ma il Pdl: "Perché Bersani non parla?"
Milano - La bufera sul Partito democratico non si attenuua. Sebbene Filippo Penati, ex responsabile della segreteria politica di Pieluigi Bersani, indagato per concussione, corruzione e illecito finanziamento ai partiti dalla procura di Monza per l’inchiesta sulle aree Falck, abbia deciso di autosospendersi da tutte le cariche, continua a pesare il silenzio del numero uno del Pd. "Perché Bersani continua a mantenere uno sdegnato silenzio sul caso Penati e sulle ultime rivelazioni riguardo la vicenda Serravalle?", ha chiesto il coordinatore del Pdl Sandro Bondi.
Per Bondi, infatti, il Pd "non è sano e quelle che Lei chiama le mele marce in realtà sono vittime sacrificali della logica disumana di un partito che scarica immediatamente sulle singole persone le colpe collettive". "Il partito di Bersani è storicamente il partito al centro di un intreccio inestricabile tra Stato e politica, tra partiti e economia, che nelle regioni rosse celebra il suo massimo trionfo - ha continuato Bondi - se venissero scoperti i rapporti tra le amministrazioni pubbliche locali governate dalla sinistra, da decenni senza alternativa, e i soggetti economici della società civile - ha, infine, concluso - saremmo di fronte alla più colossale e gigantesca, ancora oggi mai scoperchiata, dimensione di corruzione della vita pubblica italiana"....
IlGiornale.it
Risponde Bersani
ROMA - ''Lo dico alle macchine del fango che iniziano a girare: se sperano di intimorirci si sbagliano di grosso''. Cosi' il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, a proposito delle critiche mosse al suo partito dai giornali in relazione alle vicende di Tedesco e Penati. ''Le critiche le accettiamo - sottolinea Bersani - le aggressioni no, le calunnie no, il fango no. Da oggi iniziano a partire le querele e le richieste di danni.
Sto facendo studiare la possibilita' di fare una class action'' da parte di tutti gli iscritti al Pd.
Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, nel corso di una conferenza stampa alla Camera, torna sulla necessità che il governo Berlusconi lasci, alla luce della "molto grave" crisi economia e finanziaria.
"Con le bufere che ci sono già e che arrivano l'idea che tenere nella palude il Paese abbia qualche senso è assurda - sottolinea Bersani - Abbiamo bisogno di aria fresca e la strada maestra è andare rapidamente a votare o trovare soluzioni che rompano la continuità e diano il segno che si apre una fase nuova. Solo questo ci metterebbe in positivo rispetto ai mercati".
ANSA 27.7.2011

LA QUESTIONE MORALE!
di Filippo Facci
Piero Marrazzo è stato ribeccato alle tre di notte mentre circolava con un viado sudamericano....
... Lo scandalo e il problema, in altre parole, riguardarono il fatto che Marrazzo frequentasse dei transessuali a pagamento nonostante fosse un uomo sposato: fu il timore dell’impatto sull’opinione pubblica a risvegliare certa intransigenza moralistoide; il suo atteggiarsi a cattolico, cioè, salvo andare con trans brasiliani di un metro e ottanta.
...Sui giornali come altrove, infatti, l’aspetto strettamente penale del caso Ruby è sicuramente quello che interessa meno: non è sulla telefonata in questura o sui problemi anagrafici delle ragazzette che si concentra l’attenzione più morbosa dei media, e le annunciate e un po’ grottesche manifestazioni che sono in incubazione. Il messaggio resta: Berlusconi è moralmente indegno, e ci fa fare brutta figura.
Pier Luigi Bersani, a proposito del popolo di sinistra, disse nel gennaio 2010: «Da noi c’è un civismo che non tollera ombre... c’è questa colossale differenza di comportamenti... La cosa più importante è cosa fai, come ti comporti, come reagisci, come fai vedere che noi non siamo loro. E fin qui ci siamo riusciti, a cominciare da Delbono».
Furoreggiava ancora, infatti, negli stessi giorni, il caso D’Addario: ma nessuno contestava dei reati al presidente del Consiglio. Era ormai noto che la signorina D’Addario fosse una escort, circostanza che Berlusconi negava di conoscere: però doveva dimettersi, secondo la sinistra, esattamente come due amministratori portati a esempio: Delbono e Marrazzo. La sinistra che un tempo si faceva paladina dei diritti civili e delle minoranze - le prostitute tra queste - invocava così la nuova frontiera della questione morale.
02/02/2011

Bersani querela !!? :"Sto facendo studiare la possibilita' di fare una class action''.
di Franco Bechis
Il Partito democratico, nell’assoluta indifferenza della magistratura, impone in quasi tutta Italia un pizzo sulle poltrone pubbliche. Il sistema non è così diverso da quello utilizzato dalle organizzazioni criminali: se vuoi lavorare, devi pagare una percentuale al partito.
Sembra incredibile, però è scritto nero su bianco in decine di regolamenti finanziari del Pd adottati dalle strutture territoriali del partito guidato da Pier Luigi Bersani. Era noto che il partito chiedesse a tutti i suoi eletti una quota dell’indennità parlamentare, regionale, provinciale o comunale percepita.
La richiesta è anche comprensibile: le varie leggi elettorali fanno dipendere dal partito le candidature, spesso gli eletti non spendono un euro in campagna elettorale, svolta dal partito, ed è normale chiedere un contributo di ritorno una volta che si è conquistato l’incarico.
Solo che il Pd ha esteso dal 2008 questa richiesta anche ai nominati - iscritti o meno al partito - nei consigli delle municipalizzate, in consorzi pubblici, in enti pubblici, e perfino a chi ottiene grazie al partito una consulenza da un ente pubblico.
Potete chiamarlo pizzo, o tassa sulla lottizzazione. Una cosa è certa: nessun partito al mondo si sognerebbe mai di imporla addirittura in regolamenti interni, perché una condizione così a parte certificare la lottizzazione, viola una serie notevole di leggi e regolamenti sulla pubblica amministrazione.
Solo la certezza dell’impunità può avere fatto rischiare a uomini politici l’inserimento di quel pizzo sui lottizzati in regolamenti resi pubblici sui siti Internet del Pd.
La richiesta agli amministratori nominati oscilla a seconda delle zone fra l’8% e il 30% degli stipendi percepiti. Il meccanismo è grottesco: i manager vengono apertamente scelti per la fedeltà al partito. Vengono pagati da tutti i contribuenti italiani, che grazie a quei regolamenti sono anche inconsapevolmente obbligati a finanziare il partito.
Bersani e i suoi luogotenenti quindi scelgono i manager da infilare nei cda delle municipalizzate, di enti pubblici o di consorzi. Gli italiani pagano i loro stipendi, sopportandone prima il danno se quelli a parte essere fedeli al Pd sono pure incompetenti e poi la beffa perché grazie al pizzo legalizzato anche se tu sei di centrodestra finisci con il finanziare il Pd.
Il Pd della provincia di Lodi impone un pizzo del 10% anche a «coloro che svolgono incarichi pubblici in Enti, istituzioni, consorzi e società» (articolo 7, comma d) del regolamento finanziario), elencando poi le modalità dei versamenti: alla federazione provinciale i presidenti e i membri dei cda di «enti provinciali e sovra comunali», ai circoli locali del partito i presidenti e membri dei cda degli «enti comunali».
Il Pd di Latina obbliga al versamento (art 4, lettera c) «coloro che ricoprono incarichi remunerati di qualunque tipo su designazione del Partito stesso». Nell’articolo 5 c’è un lungo elenco dettagliato dei “designati” a cui si chiede il pizzo: «Presidenti, consiglieri, revisori, consulenti in enti diversi, aziende, società, consorzi etc…». Il Pd di Frosinone impone un pizzo più scontato: l’8%. Ma nel regolamento indica addirittura i nomi delle società o enti pubblici coinvolti (Asi, Saf, Cosilam etc..).
Il Pd di Venezia inserisce (art.6 del regolamento) anche le punizioni per chi si ribella al pizzo: si dovrà scordare la designazione «in altri enti e società». Il Pd di Abruzzo chiede agli eletti il 15% della indennità, ai lottizzati invece fa lo sconto: «I designati in enti e organizzazioni di vario livello (società per azioni, consorzi, aziende etc…) sono tenuti a versare al Pd del rispettivo livello una percentuale - stabilita dal rispettivo livello di riferimento - pari al minimo del 12% di quanto al netto percepito mensilmente».
Chi sgarra, ha perfino una seconda occasione, ma con regole vincolanti: «Deve regolarizzare la propria posizione entro il 31 luglio, sottoscrivendo una delega bancaria, condizione necessaria per essere designato in altri enti pubblici o privati e/o organizzazioni di vario livello». Nella stessa regione il Pd della provincia de L’Aquila sbatte su Internet i nomi dei ribelli: c’è qualche politico che rifiuta di versare una percentuale della propria indennità, ma ci sono anche consiglieri di amministrazione e revisori dei conti di società pubbliche.
Il Pd di Ancona impone il 15% agli «eletti e ai designati dalla Provincia di Ancona, dai Comuni o dalle comunità montane in organi amministrativi, assembleari o di gestione o di controllo presso enti, aziende, società, consorzi, parchi e organizzazioni a livello sovra comunale, di diritto pubblico e/o privato, nonché quelli nominati in Enti o società partecipate…». Il Pd dell’Umbria, quello della provincia di Pistoia e quello del Trentino Alto Adige impongono invece un pizzo più equo, progressivo.
Quello di Pistoia ha due sole aliquote (sotto il titolo super esplicito: “contributi dei nominati”): il 5% fino a 50 mila euro netti all’anno di stipendio, il 10% sopra quella cifra.
Il Pd Umbro tiene due aliquote: 10 e 15%, poi decidono caso per caso le federazioni territoriali. Quello Trentino ha il pizzo più organizzato di Italia. Lo devono corrispondere però solo gli iscritti al Pd (almeno c’è questa pre-condizione) che svolgono «incarichi pubblici in enti, istituzioni e società».
Ci sono cinque aliquote del pizzo: 10% fino a 6 mila euro; 15% da 6 mila a 18 mila euro; 20% da 18 a 36 mila euro; 25% da 36 mila a 72 mila euro e 30% sopra quella cifra. Come il fisco.
27.07.2011

GLI AFFARI DEI DEMOCRATICI:
Reato o non reato ?
di Stefano Filippi
....Il cerchio si chiude con l’afflusso di denaro dalle coop al partito. Sergio Sabattini, a lungo leader del Pci-Pds bolognese, due volte deputato e ora sindaco di Porretta Terme, lo ammise candidamente a Repubblica: «Abbiamo avuto soldi dalle coop ma non siamo corrotti.
I cooperatori vengono dalla nostra storia, danno i soldi per sostenere il loro partito. È vero, non abbiamo mai badato granché a tener presenti i confini del finanziamento.
Il nostro partito non può negare di aver ottenuto soldi illeciti.
Ma è un reato di una natura infinitamente più modesta di quegli altri».
28.7.2011
IlGiornale

Anche Di Pietro contro il Pd
Franco Bechis
"Nomine da annullare"Il leader di Italia dei Valori attacca il "pizzo" democratico: "E' un'anomalia, come quella del caso Penati. Così si scelgono manager fedeli, non competenti. Dai nostri eletti non un solo euro al partito nazionale"
Il pizzo sul nominato previsto da molti regolamenti finanziari del Pd ha lasciato di stucco anche uno che della politica pensava di avere visto tutto, da una parte e dall’altra della barricata. Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori, cerca a suo modo un pizzico di prudenza, per evitare il frontale con Pier Luigi Bersani...
"... non si può creare un rapporto organico fra il partito e società private, enti pubblici e istituzioni. È evidente che imporre il versamento di una quota dello stipendio al partito oltre ad essere poco trasparente, manderebbe a farsi benedire l’autonomia dei manager nominati. Finirebbe con il crearsi un rapporto organico partito-manager e consigli di amministrazione nominati, che sarebbe del tutto deleterio."
Domanda:Lei da pm si scandalizzava per la lottizzazione politica. Ora i regolamenti del Pd addirittura la santificano, stabilendone anche il prezzo...
Risposta:«Qui c’è un primo problema, ed è quello della cifra che viene versata al partito. Bisogna vedere se supera i limiti di legge ed è stata dichiarata alla tesoreria della Camera. E poi è evidente che con questo metodo quando si deve scegliere il consigliere di amministrazione della municipalizzata, il criterio base diventa: quanto può rendere questo qui al partito? Allora il criterio diventa la fedeltà, non la capacità.
E quelle nomine valgono poco o nulla».
Libero-news.it
28.07.2011